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martedì 24 settembre 2019

OSSERVATORIO 2 SETTEMBRE 2019

L'OSSERVATORIO L'alleanza col M5S è costata al Pd l' uscita, peraltro ampiamente prevista, di Renzi con 40 parlamentari per la formazione di Italia Viva (che sembra ricalcare Forza Italia o...Italia Forza) e quelle di Calenda e di Richetti, entrambi proprio a causa di questa alleanza. Non sto ora a commentarne le ragioni (ma mi domando: si può uscire dal partito a motivo di una scelta governativa non condivisibile, comunque sofferta anche dalla maggioranza?), pur se trattasi ad ogni modo di cosa sgradita perchè si deve sempre lottare da dentro, altrimenti ognuno può farsi un partito, basta dissentire su un qualcosa. Circa la scelta di Renzi invece è evidente che, al di là delle sue parole, esiste un problema personale, legato al suo “Io ipertrofico”: lui non è persona che sà stare nelle retrovie, che sà lavorare “nel partito” come minoranza per cambiarne legittimamente le strategie, no; lui sà e vuole essere capo, vuole e deve decidere la linea, deve essere protagonista principale e non comparsa. Purtroppo per lui la sua magica stagione è durata lo spazio di 2 anni, durante i quali però ha inferto duri colpi alla “sinistra” in generale (al di là di cose buone che pure ci sono state), incarnando tra l'altro uno stile di comando da “uomo solo” che parla direttamente ai cittadini attraverso i social, scavalcando ogni mediazione, dal sindacato ai movimenti di base, dall'associazionismo al mondo della cultura, compresa la scuola. In questo è stato divisivo, a volte al limite della denigrazione degli avversari (interni soprattutto). Chi non ricorda il “Fassina chi”? O il “ciaone” rivolto a chi stava per andarsene? Ora, dopo aver spinto perchè si formasse l'attuale governo, non solo per combattere il “salvinismo” quanto soprattutto per evitare le elezioni anticipate che avrebbero ridotto numericamente la pattuglia dei suoi fedelissimi, ha pensato bene di uscire dal Pd, richiamandosi come nel suo stile a immagini suggestive ma spesso vacue, quali “futuro”, “nuova avventura”, “saremo quelli del sorriso”, per tornare a dare le carte (ora il governo è a 3 e non più a 2). Intanto sarà solo un caso, ma sembra che si stia assistendo nel Pd ad un incremento di richieste di tesseramento. Come però ha ribadito in un'intervista all'Huffington Post (diretto dalla Annunziata) pare non abbia per nulla gradito il fatto che l'attuale ministro delle Riforme abbia votato “no” al referendum del 2016 ed è stato contro il Jobs Act, come se il Pd si vergognasse di quanto fatto dal governo da lui guidato. Il fatto è che vale per Renzi quanto detto per Di Maio: imparare la parola “autocritica”, quella capacità cioè, evidentemente non comune a tutti, di saper riconoscere gli errori, perchè le sconfitte non arrivano a caso. Del resto, per fare solo un esempio, quando nel referendum on line proposto ai Docenti prima della legge 107 (la Buona Scuola) prese atto che l'80% respinse la proposta del “bonus” e del preside “sceriffo”, senza però che di questo se ne tenesse minimamente conto nella sua successiva promulgazione, come si fà a non ritenerlo uno sbaglio, costato peraltro al Pd un notevole numero di voti? Autocritica? Non pare ci sia stata! Riguardo al governo poi è evidente che la sua navigazione non è né sarà tranquilla. I Cinquestelle hanno la convinzione che governare sia piazzare bandierine; il taglio dei parlamentari ne è l'esempio più lampante: se la Costituzione ha stabilito 630 deputati e 315 senatori, pur in un'Italia che all'epoca aveva circa 40 milioni di abitanti, è perchè bisognava (e bisogna) garantire una adeguata rappresentatività a livello regionale. Se il M5S avesse una autentica “visione politica” (al di là dei click degli elettori) avrebbe compreso immediatamente questo fondamentale aspetto, per il quale si rende necessaria la revisione e l'ampliamento dei collegi; la logica della bandierina invece richiede il taglio come uno scalpo, un segnale punitivo nei confronti della classe politica considerata inetta nel suo insieme, da poter poi esibire sui social. Fa' bene quindi il Pd a legare la riduzione dei parlamentari ad un riassetto istituzionale più generale, tra cui ci sarà necessariamente la legge elettorale che a mio avviso non dovrà limitarsi a fotografare il quadro dei partiti (sistema proporzionale), quanto ad offrire maggioranze stabili (personalmente, come ho già detto, sarei favorevole ad un ritorno del “Mattarellum” che, ricordo, è per il 75% maggioritario, per il 25% proporzionale). Staremo a vedere.....Certo, nel frattempo Di Maio sembra comportarsi come fosse sempre vice-premier e non un ministro facente parte di una compagine; interviene spesso su temi di sua non stretta pertinenza e riunisce i ministri e sottosegretari pentastellati alla Farnesina, quasi a voler ribadire una “alterità” tra M5S e Pd. In nome della governabilità sembra per ora che si voglia passarci sopra, ma potrebbe diventare un tema di scontro. Perchè se il Pd si divide i Cinquestelle non sono da meno, anche se non pare; esiste ormai una consolidata ala governista che mal sopporta le uscite fuori programma di Di Battista, il quale probabilmente soffre di astinenza da governo, ed è presente un'opposizione finora poco visibile (ma nel Movimento un parere diverso è ammissibile?) allo stesso Di Maio, individuato come causa del tracollo elettorale e criticato per il suo agire “da solo” senza un vero confronto interno. E' da tenere in conto che questa alleanza col Pd, mal digerita da buona parte della base e dei parlamentari, potrà far implodere il Movimento stesso, quando si tratterà di fare scelte su questioni più divisive. I temi potranno essere, li nomino alla rinfusa, la giustizia (almeno su alcuni aspetti), le riforme istituzionali e la legge elettorale, l'elezione del Presidente della Repubblica (la cui data viene indicata quale capolinea probabile dell'attuale governo), il lavoro, specie se si dovrà metter mano al reddito di cittadinanza (non subito)...Staremo a vedere appunto; nel frattempo speriamo che nonostante tutto il Pd recuperi elettoralmente e quindi, a tal fine, torni a dialogare (che vuol dire comprensione delle ragioni dell'altro) col mondo che gli ha voltato le spalle... Gianni Amendola

mercoledì 4 settembre 2019

OSSERVATORIO SETTEMBRE 2019

L'OSSERVATORIO. Ripeto all'inizio del presente scritto quanto detto nel precedente numero, che cioè la situazione politica è talmente fluida (sto scrivendo oggi lunedì 2/9 nell'attesa come tutti delle votazioni sulla piattaforma Rousseau di domani) che qualsiasi considerazione potrà essere superata dai fatti. Diciamo allora che la crisi di Governo sta confermando un sostanziale inaffidabilità dei Cinquestelle, peraltro assai divisi al loro interno, che nasce proprio dal loro essere un “non partito”, con un sottofondo non rimosso di anti-istituzionalità, e dalla loro natura fondamentalmente settaria. Hanno un capo politico, ora piuttosto discusso a quanto pare, che però in certo modo dipende dal Capo Supremo (Grillo, l'Elevato) e da Davide Casaleggio, figura dai tratti somatici un po' inquietanti, padrone assoluto dell'omonima azienda “associata” e della suddetta piattaforma on line, già condannata dal Garante per la scarsa attendibilità dei risultati delle consultazioni (manipolabili) senza una piena garanzia della privacy degli iscritti (115.000), ma senza la quale i grillini non potrebbero sopravvivere (e viceversa). Questo capo politico è l'unico, credo, in tutte le democrazie occidentali ad essere rimasto in sella nonostante la pesante scoppola elettorale delle ultime Europee, senza peraltro mai un'analisi autocritica (in questo magari non è stato il solo..) su quanto uscito dalle urne e senza che nessuno mai, all'interno del Movimento, ponesse con forza il problema delle dimissioni. Non soltanto è rimasto capo (con gli endorsement dell'Elevato e di Casaleggio), ma ora assume toni muscolari nella trattativa con il Pd, cercando di imporre le proprie condizioni in modo ultimativo. Sono 3 a mio avviso i motivi del suo irrigidimento, proponendo come ha fatto i 20 punti “imprescindibili”: il primo è che teme il forte ridimensionamento personale che avrebbe senza la vice-presidenza del Consiglio, tanto più anche senza un ministero “di peso”, e che lo indebolirebbe nei confronti dei suoi parlamentari; un po' come prendere atto che in un governo di svolta, in quanto tale, non vi sarebbe un posto in prima fila per lui in quanto espressione di un governo finito e fallimentare (cosa inaccettabile per uno che sta costruendosi tutta una carriera politica sull'essere “leader”). Il secondo punto è che Giuseppe Conte sembra godere di un consenso più elevato delle attuali percentuali attribuite al Movimento; ciò significa, nel caso di un governo che funzionasse un pò, che Conte lo scalzerebbe definitivamente dal suo ruolo di capo politico (tra l'altro col timore che i Cinquestelle diventino “altra cosa”, più partito istituzionalizzato che movimentista, con maggiore autonomia di scelta rispetto alla dipendenza dalla “rete”). Ma c'è un altro punto, finora poco sottolineato, per cui Di Maio rimane radicalmente contrario ad un governo col Pd e che si lega al ruolo di Mattarella: qualora, come compensazione per la mancata nomina a vice-premier (se Conte accetterà la proposta al riguardo dei democratici) ottenesse comunque un “portafoglio” importante (Difesa, Esteri...), il Presidente della Repubblica, che per Costituzione può ratificare o meno i ministri, potrebbe non riconoscergli le qualità richieste per tali ministeri. Sarebbe forse lo smacco definitivo per Giggino che in cuor suo sà di correre questo rischio. In sostanza questo governo “forse nascente” non rappresenta per il Nostro la cosa più gradita; anche quell'aver ribadito, nelle dichiarazioni dopo i colloqui con Mattarella, di aver rinunciato per la seconda volta al ruolo di premier, offertogli ora a differenza di un anno fa da Salvini, tradisce quel sordo rancore che lo anima: lui da quando è entrato in Parlamento, ricoprendo la carica di Presidente della Camera, pensava già alla presidenza del Consiglio (per sua esplicita affermazione). Sarebbe la fine di tutto per lui; perciò sta giocando una partita solo personale. Non accetterà mai di ridimensionarsi! Del resto, se ci pensiamo, quale considerazione avrebbe un Ministro degli Esteri, se tale dovesse essere il suo ruolo, in Europa e non solo, dopo aver flirtato fino alle elezioni di maggio coi Gilet Gialli, dopo aver cercato di costruire alleanze con gruppi minoritari in Europa, tutti fortemente populisti ed anti-europeisti, dopo aver avuto feroci polemiche con Macron (ricordiamo tutti la “marchetta alla Francia”, indicando il palazzo di Strasburgo insieme al suo amico Di Battista), “costringendo” poi Mattarella a riallacciare le relazioni con la Francia...Forse ha ragione il sociologo De Masi (ed è tutto dire) consigliando Di Maio a laurearsi, ad andare all'estero, imparare l'inglese e poi a 37-38 anni tornare in Italia...Ma Giggino lo farà? Alcune considerazioni sul Pd. Zingaretti si è mosso con prudenza, ma direi con avvedutezza; ha doverosamente posto la questione di una svolta per cui non si poteva accettare Conte premier e Di Maio vice quali espressioni del precedente governo; poi però le pressioni di tanta parte del mondo politico vicino alla sinistra, della cultura ed anche della Santa Sede, tutti timorosi di regalare l'Italia a Salvini, lo hanno indotto a riconoscere il ruolo di premier a Conte (ma non certo di Di Maio). Su tutto però peserà l'incognita di Renzi, il quale nel timore di veder ridotto il suo peso specifico nel partito ha sponsorizzato la nascita di un governo, un anno fa nettamente respinto. Se l'obiettivo di Renzi è quello di riprendere la leadership del Pd non lascerà scappare la minima occasione per aprire una crisi, specie se questo eventuale governo dovesse dar l'idea di durare e di fare cose buone. Per questo Zingaretti dà a volte l'idea di muoversi cautamente, perchè il timore di una scissione, negata ma possibilissima, lo costringe a non forzare le situazioni. Purtroppo il Pd è al momento così, ma la presente crisi potrebbe anche al nostro interno aprire scenari diversi. Gianni Amendola