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martedì 19 giugno 2018

OSSERVATORIO GIUGNO 2018



L’OSSERVATORIO.


Il Governo del cambiamento: sì, ma della Carta Costituzionale.

Il prof. Conte, come si è visto, è persona anche simpatica e spiritosa; del resto trattasi di un docente universitario, abituato quindi ad ascoltare gli studenti; tra l‘altro è giovane, ha tutto insomma per poter avere (all’inizio) un certo gradimento. Accanto a questi aspetti rimane però un senso di indeterminatezza, perché non si comprende ancora quale sia il suo livello di autonomia dagli “sponsor” Di Maio e Salvini che lo han scelto per portare avanti quanto scritto nel famoso “contratto”. Le sue iniziali dimissioni dopo la prima nomina, per il fermo rifiuto del Capo dello Stato sul nome del prof. Savona all’Economia, sono state il segnale di una mancanza di autorevolezza, che solo in parte può essere giustificata dalla inesperienza politica. In quanto “uomo di Legge” non poteva non sapere che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica il compito di scegliere, in accordo col Premier stesso, i ministri; per qual motivo allora non è riuscito a depennare il nome di Savona da quell’elenco? Non aveva forse tutti i crismi per poter spiegare a Salvini (e Di Maio) che quell’impuntatura rischiava di far morire il Governo ancor prima di nascere? Perché non aveva (è proprio il caso di dirlo) un “piano B”? Dato comunque che il Governo è poi nato senza Savona all’Economia vuol dire che la cosa era fattibile sin da subito; solo, e questo è il punto, si è voluto dare il segnale che è il capo della Lega a dare le carte, più del sorridente Di Maio, e che se l’Esecutivo ha preso il via lo si deve alla “malleabilità” finale di Salvini, non certo alle capacità di mediazione di Conte. Inoltre se è comprensibile che nel discorso programmatico di un Primo Ministro non si entri mai in modo dettagliato nell’analisi dei costi e delle coperture di leggi e riforme, è altrettanto vero che, specie alla Camera, di fronte a precise domande dell’opposizione, è rimasto sulle generali, rimandando alla lettura del suddetto contratto. Sarà questa eventuale capacità di sganciarsi dai 2 vice-presidenti il metro col quale verrà misurata la sua azione di Premier; lo si sta vedendo proprio in questi giorni con lo strabordare di Salvini, a proposito dei migranti sulla nave Acquarius, il quale ha imposto la chiusura dei porti (ma non spettava a lui bensì al ministro delle Infrastrutture o al Primo Ministro stesso) ed ha interloquito direttamente col governo maltese, nemmeno fosse il ministro degli Esteri! Dov’era il nostro Presidente del Consiglio? In tal modo egli rischia di essere solo la faccia presentabile, “culturalmente” spendibile, dei sottoscrittori del contratto, rispetto ai quali avrà la sua credibilità di docente universitario, oltre ad uno stile personale che pare sobrio, misurato, lontano dai toni roboanti del leader leghista e dalle affermazioni “uso social” di Di Maio, pur se pronunciate con l’ineffabile ed immancabile sorriso televisivo. Ora è tornato dal G-7: vedremo con quali risultati e con quale credibilità per il Governo e per il Paese. Intanto Salvini e il capo dei Pentastellati proseguono la loro campagna elettorale, a caccia di voti dunque, al punto da aver disertato lo scambio di consegne con i ministri predecessori (chiedere notizie a Calenda); d’altro canto giugno è mese di amministrative e sulla scia del Governo appena nato, accompagnato dalla falsa retorica del cambiamento, mirano ad incrementare il loro fresco bottino elettorale (finora favorevole solo alla Lega)…In questa logica rientra l’incontro avuto da Di Maio con la Confcommercio, con notevole successo a quanto pare; perché quando fai un discorso sul fisco facendo capire che la categoria non verrà presa di mira più di altre e dici di togliere studi di settore, spesometro e quant’altro, misure già peraltro in “disuso” da tempo, è normale entrare in immediata sintonia. Resterebbe da capire cosa avrebbe detto Di Maio se, prima dei Commercianti, avesse incontrato rappresentanti del Pubblico Impiego, comunque una vasta platea di lavoratori dipendenti, sottolineandone il carico fiscale che grava su di loro in quanto a reddito fisso, promettendo magari una più equa redistribuzione delle tasse, colpendo gli evasori che si annidano tra gli autonomi!! Probabilmente (alla Confcommercio) l’avrebbero preso a pernacchie, come si dice dalle sue parti, a Pomigliano d’Arco. Ma tant’è, Giggino ci ha abituati (che sia questo il cambiamento?) ad ogni giravolta, sempre con l’ossessione di piacere a tutti, al fine di lucrarne elettoralmente il beneficio, sempre con l’immancabile sorriso televisivo. Bisognerebbe ricordargli, come già qualche grillino sta facendo dimettendosi da consigliere comunale (a Bologna) per queste ragioni, che Salvini e la Lega non sono candide verginelle politiche; da 20 anni hanno partecipato attivamente a Governi guidati da Berlusconi e oltre ad aver avuto anche una loro banca (Credieuronord), subito fallita (ricordate Fiorani?), han fatto parte della maggioranza “bulgara” (100 deputati in più rispetto all’opposizione) che ha portato l’Italia sull’orlo della bancarotta nel 2011, motivo per cui, dopo che il Parlamento stesso lo aveva sfiduciato, Berlusconi cadde ed arrivò Monti.. Dove sarebbe il cambiamento di cui parla il Movimento, alleandosi con loro? Ma è sulla politica estera che il Governo rischia di giocare una partita pericolosa; c’è un dato ancor poco sottolineato, ma non smentito almeno finora, che cioè la nostra Ministra della Difesa Trenta insegni presso una Università russa. Ora, è assai probabile che per ottenere ivi una cattedra universitaria si debba godere della stima e della fiducia dei vertici di quello Stato; vien da sé che se una Ministra che si occupi di un delicatissimo Dicastero quale la Difesa ha un legame professionale e politico con la Russia questo crei un “vulnus” di non poco conto, il che spiega bene l’apprensione nella NATO. A queste domande il primo ministro Conte deve dare risposte, senza “chiedere permesso a Di Maio e a Casalino”, evitando frasi come quelle pronunciate al G-7 (riportate da importanti quotidiani) davanti ai suoi meravigliati interlocutori: “Scusate, ma io devo parlare solo di ciò che è scritto nel contratto…”! Esiste infine, con il varo di questo Governo, una serissima questione di tipo costituzionale, come già sottolineato nell’Osservatorio precedente; si sta tentando infatti uno strisciante cambio della nostra Carta, soprattutto per ciò attiene alla forma della democrazia (ed alla collocazione internazionale del nostro Paese), in cui il Parlamento avrebbe solo una funzione notarile, non più quindi luogo di dibattito, ma “passacarte” dell’Esecutivo. Oltre alle nomine dei parlamentari fatte direttamente dalle segreterie dei partiti (o, nel caso dei “5 Stelle”, della ristretta cerchia di quelli che contano…gli altri sono anonimi..) si vuole soprattutto la cancellazione della loro libertà “senza vincolo di mandato”, come pure scritto in Costituzione; i parlamentari in sostanza devono essere tutti irregimentati, non fare domande, schiacciare solo i bottoni in Aula secondo l’indicazione dei capi e capetti interni e non rilasciare interviste. Per la verità già ai tempi del Centrodestra c’è stato un andazzo del genere, quando si parlava di “Governi (quindi di leader) eletti dal popolo” in contrapposizione agli altri Poteri dello Stato “non eletti”, quasi a stabilire una nuova gerarchia, e con Il Porcellum, creato non solo per non far vincere il Centrosinistra nel 2006, ma per il controllo che il capo di partito poteva finalmente esercitare sui “suoi”, messi lì (in Parlamento) da lui stesso; oggi la cosa si sta ripetendo, magari in modo più soft, ma non meno pericolosamente. Non sono stati casuali gli attacchi sconsiderati, non solo sui social, al Presidente della Repubblica per il suo “no” al prof. Savona; si vuole infatti da un lato, attraverso la personalizzazione della politica (leaderismo), la delegittimazione del Capo dello Stato, relegandolo ad un ruolo di pura rappresentanza, dall’altro veder garantita l’obbedienza cieca dei propri parlamentari, senza se e senza ma. In altri termini, se per portare avanti un determinato progetto, ad esempio l’uscita dall’Euro o il cambio di collocazione internazionale dell’Italia, la possibile interdizione al riguardo del Presidente della Repubblica può essere ostacolo decisivo, si vuole neutralizzare questo “potere”, contrapponendolo artatamente alla “volontà popolare” che ha eletto un Governo (!!). In definitiva, chi vince le elezioni non deve avere bilanciamenti di sorta né opposizione interna: questo l’obiettivo “di nuovo assetto costituzionale” cui aspirano Salvini e Di Maio! E’ facile immaginare quanto questa retorica, questa distorsione dei ruoli costituzionali possa prender piede in un quadro politico-elettorale così frammentato, incattivito e sostanzialmente “digiuno” di Costituzione (nonostante il tour “coast to coast” di Di Battista prima del 4 dicembre 2016!!!), al punto che non ci dovremmo meravigliare se qualcuno inizi a parlare di Repubblica Presidenziale (se non di “democratura”, magari attraverso un referendum, indetto con l’attuale Governo!). Per non dire in ultimo del progetto della democrazia diretta, portato avanti non da ora dalla Casaleggio Associati (per cui son nati i “5 Stelle”), legata quindi allo sviluppo della piattaforma Rousseau che nel caso di una eventuale fase politica negativa per il Movimento non potrà che subirne contraccolpi, anche e soprattutto sul piano economico; in altri termini, qualora nella prossima legislatura i Pentastellati si trovassero all’opposizione, con il rischio di un loro disfacimento, anche l’azienda Casaleggio subirebbe una botta non indifferente, perché in questa loro ottica è solo il “potere” che può garantire sopravvivenza ed introiti! Tutto ciò allora dovrebbe ri-porre al centro del dibattito la questione delle norme sui partiti (anch’esse in Costituzione), visto il palese conflitto d’interessi in gioco! Ecco perchè ci vorrebbe una vera mobilitazione, una costante attenzione verso le forti contraddizioni dell’attuale maggioranza; ma con un’opposizione al momento solo “numerica”, priva ancora com’è di un progetto alternativo, cosa si può sperare?

La tornata amministrativa.

Prendiamo atto, dall’esame del primo turno di domenica 11/6, che il Pd non è morto e che potrebbe ancora vincere diversi ballottaggi, oltre le vittorie di Brescia e Trapani già conquistate. Certo, il partito arranca pericolosamente in zone dove fino a pochi anni fa si vinceva al I° turno con percentuali tra il 55-60% (in Toscana ad esempio); che diremmo se si perdesse a Siena, a Pisa, a Massa? Il fatto che il Movimento “5 Stelle”, almeno per ora, non sembra aver trovato giovamento dall’essere al Governo, a differenza della Lega, ormai chiaramente prima forza del Centrodestra, non vuol dire che automaticamente quei voti torneranno al Pd. C’è bisogno di una proposta nuova e forte, con una nuova Segreteria che sappia dare un segno di discontinuità vero (che non significa condannare nessuno, ma prendere atto che una stagione è finita) e recuperare tutto quel mondo politico-sociale di riferimento che costituisce un patrimonio di attese, di speranze, voglia di cambiamento di prassi politica. Vincere i ballottaggi sarà importante comunque, ma è la prospettiva del partito che và ridefinita al più presto…Per non morire davvero!...

Gianni Amendola

martedì 5 giugno 2018

I PROBLEMI RESTANO


OSSERVATORIO MAGGIO 2018



L’OSSERVATORIO.

La crisi istituzionale.

Per l’ennesima volta rimetto mano al presente articolo, a motivo dell’estrema variabilità delle situazioni, spesso contraddittorie, circa la soluzione della crisi istituzionale; il panorama della politica ogni giorno ci offre una novità imperscrutabili. Al momento (mattina del 31/5) la situazione è seguente: forse si riapre la possibilità di un governo “giallo-verde” con Conte richiamato nel ruolo di Premier e con lo spostamento del prof. Savona dall’Economia alle Politiche Comunitarie (!!!). Se passasse quest’ultima ipotesi francamente saremmo sconcertati: alla luce dei motivi che han portato il Presidente Mattarella a non firmare la lista dei Ministri precedente, risulterebbe inspiegabile il dirottamento (ma sarà davvero così?) di Savona al suddetto Dicastero….Ci permettiamo comunque, pur a governo non costituito, alcune riflessioni su questa crisi istituzionale senza precedenti in Italia, peraltro latente, insita sin dall’inizio delle trattative per la composizione del nuovo Esecutivo. All’indomani del 4 marzo il Movimento “5 Stelle” aveva parlato di vittoria, di 11.000.000 di voti conseguiti, per cui gli sarebbe spettato l’onere del cosiddetto “Governo di cambiamento”. Luigi Di Maio, che aspirava come non mai alla Presidenza del Consiglio, ha giocato su due tavoli, prima cercando di sganciare la Lega dal Centrodestra, a motivo di Berlusconi, poi, visti inutili i suoi sforzi, cercando di coinvolgere con lo stesso programma il Pd, quasi si trattassero di due entità sovrapponibili (Lega e Pd). In entrambi i casi avrebbe fatto valere il suo 32.7% contro il 17% della Lega ed il 18% dei “dem”, allo scopo di ottenere il premierato. Ma già prima del voto del 4 marzo Giggino aveva avuto un atteggiamento sul filo della scorrettezza costituzionale, presentando al Quirinale la lista dei suoi ministri (tra i quali Conte), e questo è stato il primo sgarbo costituzionale. Col “no” del Pd, al fine di sbloccare l’impasse che si era creato, la sua formale rinuncia (“mi faccio da parte” disse) rispetto al ruolo di Premier ha permesso lo sganciamento di Salvini da Berlusconi, dando vita alla costruzione del programma di governo (cioè del contratto); entrambi avranno certamente parlato tra loro, nonostante le affermazioni televisive a beneficio dei gonzi (“stiamo discutendo solo dei contenuti”), anche dei posti ministeriali da suddividersi. Hanno dunque indicato, dopo un parto lungo e faticoso, non una rosa di nomi come ci si aspettava, tra i quali il Capo dello Stato avrebbe fatto la sua scelta, ma un nome “secco”: della serie “o prendi o lasci” (secondo sgarbo istituzionale)! Mattarella, che pure aveva loro concesso tutto il tempo richiesto, si è trovato difronte l’ennesima forzatura, in quanto a norma di Costituzione la scelta del Premier spettava a lui. A quel punto non poteva non scegliere che Giuseppe Conte; ma è stato sull’elenco dei Ministri che la situazione è “inevitabilmente” esplosa, non solo perché la lista era già “bella e fatta” (terzo sgarbo istituzionale), ma anche perché la casella del Ministero dell’Economia portava il solo nome di Savona che aveva parlato, appoggiato (quantomeno non pare averne preso le doverose distanze) il “piano B”, vale a dire la via di uscita dalla moneta unica (c’è stato un meeting nel 2015 presso la Link University Campus di Roma, un’Università privata da cui attinge personalità anche il Movimento, nel quale si era parlato con dovizia di particolari di un possibile ritorno alla lira in un week-end! Come un blitz!). Trattandosi di un punto delicatissimo, che và ad incidere sulla qualità della vita dei cittadini, oltre che degli equilibri politico-economici dell’Unione, Mattarella ha tenuto il punto fino in fondo. Si dirà: perché Salvini non ha proposto Giorgetti? Perché ha cercato e voluto lo scontro istituzionale, drogato dall’idea di un nuovo bagno elettorale, sostenendo in questo, insieme con Giggino, la fola del governo scelto dal popolo per cui nessuno, tanto più se non eletto, può interferire (pur sapendo che non poteva sostenere una cosa del genere)! C’è stato quindi un preciso disegno la cui posta era” il Capo dello Stato”, vale a dire l’unico che per ruolo costituzionale può opporre ostacoli alla logica del “chi vince fà quel che gli pare”, amaro lascito del Ventennio politico appena trascorso! Del resto Salvini lo aveva anticipato testualmente alla Meloni ed a Licia Ronzulli di FI: “Il Governo Conte ha il 50% di possibilità: o mi riconoscono gli Interni , la sottosegreteria alla Presidenza ed il ministero dell’Economia coi nomi da me proposti o cade tutto”! Tale frase si commenta da sé…A coloro che criticano Mattarella per aver ecceduto dai suoi poteri costituzionali và intanto detto che nessuno di costoro (dei critici) ha avuto da ridire circa l’atteggiamento “a-costituzionale” tenuto da Di Maio e Salvini (come sopra ho puntualizzato); non è vero poi che si è voluto colpire il libero pensiero di un cittadino (il prof. Savona) sull’Euro, quasi a prospettare un reato d’opinione compiuto da Mattarella, perché se così fosse il Capo dello Stato avrebbe posto il veto anche su Salvini, le cui posizioni sulla moneta unica e sull’Europa sono note da tempo! C’è ben altro e l’insistenza con la quale il leader leghista ha insistito ed insiste (al momento) sul nome del Professore è perché davvero l’ipotesi di un’uscita dall’Euro era meno campata in aria di quanto si pensasse; quel piano B in realtà poteva diventare “A” (del resto nessuno lo direbbe mai prima): ecco perché durante la campagna elettorale non si è mai affrontato, se non di sfuggita e coi soliti slogan contro la Germania e la Francia, il tema di un’uscita dall’Europa. Del resto, la prima bozza del “contratto” presentata a Mattarella faceva rabbrividire, con quell’assurda richiesta di chiedere alla BCE l’azzeramento del pesante debito italiano, con un programma di Governo che non avrebbe avuto le coperture e che prevedeva l’introduzione di mini-bot.. Cose che non potevano non rappresentare un colpo all’Euro ed all’Europa e che sono state poi cancellate; l’intenzione però era manifesta! Evidentemente, a fronte dell’irrinunciabilità per Salvini (e fino all’altro ieri anche per Di Maio!) dell’inamovibilità del prof. Savona, mettendo insieme quanto ora detto sulla prima bozza programmatica con tutta la procedura “anomala” della formazione della formazione del Governo, offertagli “a scatola chiusa”, Mattarella ha “dovuto” porre un veto, al fine di evitare una deriva istituzionale inarrestabile, richiamandosi agli articoli della Carta Costituzionale. Tutto ciò che ne è conseguito poi è stato uno spettacolo indecente; Di Maio ha lanciato, durante la trasmissione di Fazio, la proposta dell’impeachment, che non aveva alcun fondamento giuridico (ma chi lo consiglia? Il ministro della Giustizia “in pectore” Bonafede davvero non ha avuto solide basi per fermarlo?), ma serviva solo per riprendersi la scena, ormai rubatagli da Salvini, e per “rimotivare” le truppe, che invece a quanto pare, lo hanno un pò “strattonato” nell’incontro di ieri del gruppo del Movimento, salvo tornare “a Canossa” a scusarsi con Mattarella ed avanzargli la proposta del governo politico “senza Savona”, obbligando così Salvini a dover prendere una decisione. L’obiettivo del capo della Lega rimane però il ricorso al voto, al fine di capitalizzare l’onda lunga che potrebbe portarlo al ad oltre il 20%, rimescolando ruoli all’interno del Centrodestra. Del resto lui sà bene che l’eventuale governo coi Cinquestelle non durerà l’intera Legislatura; l’anno prossimo ci saranno le Europee e si ridisegneranno nuovamente i rapporti di forza tra i partiti. Certo è che non vuol esser costretto a tornare dal Centrodestra col “cappello in mano” (cosa che sà di rischiare in caso di fallimento dell’esperienza di Governo con Di Maio)..Vedremo nelle prossime ore cosa accadrà. Il parto di questo governo, se mai ci sarà, ha segnato comunque il Paese; manca una cultura giuridica diffusa (non è che si debba diventare tutti costituzionalisti) per cui “istintivamente” la gente riesca a cogliere le “forzature” e ad aver chiari i “bilanciamenti” che la nostra Carta prevede. Si tira la Costituzione a seconda della convenienza politica e ciò spiega bene le giravolte di Di Maio che il giorno prima lodava la correttezza e l’equilibrio del Capo dello Stato, il giorno dopo, con la rinuncia di Conte ne chiedeva l’impeachment; per non dire delle uscite di Di Battista, quale novello “Ciceruacchio de noantri”, che in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 aveva girato l’Italia in moto parlando, in chiave anti-pd, della bellezza della Costituzione, mentre dopo la mancata firma di Mattarella lo ha “redarguito” per aver ostacolato in tal modo il Governo del cambiamento!!!

Il ruolo del Pd.

Non tornerei più per ora sul fatto di non aver appoggiato, ponendo però in quel mentre precise condizioni politico-programmatiche, il tentativo all’inizio di Di Maio. Il problema è che resta la situazione interna ancora non chiara e non definita (o se vogliamo “troppo chiara” e troppo “definita..). Se si andasse alle urne “a breve” il danno sarebbe pesante, in quanto manca una proposta, un’autocritica sulla debacle elettorale e quindi una “sicura” figura di leader, in grado di traghettare rapidamente il partito al di là della sua perdurante crisi. Il nome di Gentiloni è sicuramente autorevole anche in virtù della sua esperienza di capo di Governo; ma è all’interno del Pd che devono verificarsi i cambiamenti necessari, non solo con la scelta del nuovo Segretario, ma anche con il rinnovamento complessivo degli organi dirigenziali, perché sarebbe inspiegabile, come lo è peraltro, che tutto resti immutato dopo la catastrofe del 4 marzo. Non si tratta di dare la colpa a Renzi, ma un partito, quando consapevole di aver perso le elezioni in quel modo perché non è stato evidentemente in grado di capire e di parlare con quel mondo che pur doveva rappresentare, deve sentire “da dentro”, direi in modo spontaneo, l’esigenza di cambiare modi e linguaggio, senza che ciò voglia dire condanna ed ostracismo verso nessuno. Ecco, manca questo “sentire dall’interno”.. Ciò non è indifferente nella percezione della gente che pure ci guarderebbe con simpatia; bisogna evitare come la peste il voler far credere che “si cambi tutto perché nulla cambi”. Sarebbe irrispettoso verso Gentiloni (se accetterà l’incarico), ma segnerebbe anche la morte definitiva del Pd e, col quadro politico che si sta delineando, anche lo stravolgimento se non la fine della democrazia parlamentare in Italia.

Gianni Amendola

martedì 24 aprile 2018

25 Aprile


25 APRILE 1945, Breve cronaca di quei giorni Memorabili

Aprile 1945, in Europa si combatte ancora su tutti i fronti, ma il Terzo Reich è ormai alle corde. Berlino è quasi accerchiata, stretta dall’avanzamento degli americani, da ovest, e dei sovietici, da est. Hitler è nel suo bunker. Parigi è libera da quasi un anno. In Italia, le truppe alleate avanzano verso nord, lentamente, in parte ancora bloccate sulla Linea Gotica.

In tutto il nord Italia, migliaia di partigiani, in città e sui monti, si stanno preparando all’offensiva finale. Il ventiduenne Italo Calvino, che si fa chiamare Santiago, combatte sulle colline vicino a Imperia, mentre Cesare Pavese si è nascosto nel Monferrato, e aspetta.

Martedì 24 aprile, alle 11 e 50 del mattino

Genova è insorta.

I tedeschi non si sono ancora arresi, anche se quasi tutti i centri di potere sono in mano ai partigiani delle squadre di azione patriottica (Sap) e alla popolazione, che si è unita alla lotta: il carcere di Marassi, il municipio, le centrali telefoniche, la prefettura, le case del fascio, persino la Casa dello studente, sede del comando delle Ss, sono già state prese.

La notizia dell’insurrezione arriva a Milano da una telefonata tra Corrado Franzi Direttore della filale della Banca Commerciale e un suo collega di Genova

Appena Franzi mette giù il telefono manda subito a chiamare Leo Valiani, membro del Partito d’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai). Un’ora dopo, che Genova è insorta lo sanno anche Sandro Pertini, socialista, Emilio Sereni e Luigi Longo, entrambi comunisti. Sono i vertici del Cln Alta Italia.

Mentre i quattro decidono di proclamare lo sciopero generale e l’insurrezione per l’una di pomeriggio del giorno dopo, mercoledì 25 aprile. E’ Sandro Pertini a proclamarlo:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra Fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i Tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire»

In quello stesso momento, a pochi chilometri di distanza una squadra di sappisti della 110^ brigata Garibaldi è già impegnata in uno scontro a fuoco con una pattuglia di repubblichini. L’insurrezione, anche a Milano, è cominciata.

Nelle stesse ore, a La Spezia, le truppe alleate entrano in città.

Intorno alle 7, a Torino comincia a girare un telegramma del Cln che inizia con una frase incomprensibile ai più: «Aldo dice ventisei per uno». È il segnale che in molti aspettavano. Ventisei sta per 26 aprile e una è l’ora decisa per l’inizio dei combattimenti, che però, in molte zone del nord Italia, sono già cominciati spontaneamente.

È arrivata la sera anche a Genova ,c’è un clima irreale, in moltissimi hanno una gran paura, per due ottimi motivi. Il primo è un comunicato del generale Meinhold, comandante delle forze tedesche, che ha minacciato di distruggere la città. Il secondo è una voce che gira parecchio e che attesta la presenza, sulle colline, di più di 60 pezzi di artiglieria pesante in mano ai tedeschi. È tutto vero, i pezzi di artiglieria ci sono, e sono 65, ma fortunatamente Meinhold non arriverà ad usarli.

Anche a Milano, in serata, la tensione è altissima. All’ospedale Niguarda, i partigiani stanno assaltando la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana per fare incetta di armi e munizioni e armare la popolazione. Alla Pirelli gli operai si asserragliano negli stabilimenti e preparano la resistenza del giorno dopo. L’ordine è difendere le fabbriche, a tutti i costi.

A Cuneo si è sparato tutto il giorno e ora, che è arrivata mezzanotte, la città è silenziosa.

Mercoledi 25 Aprile

Alle sei del mattino Leo Valiani ha un appuntamento con Mario Rollier in via Pergolesi. Deve consegnargli gli ordini di insurrezione, in modo che le faccia avere al più presto a Egidio Liberti, comandante delle brigate di Giustizia e libertà. Poco dopo, al numero 82 di viale Monte Nero, anche Lelio Basso e Corrado Bonfantini, del comando generale delle brigate Matteotti, fanno partire l’ordine di insurrezione alle formazioni cittadine.

Alle 8 a Milano In via Copernico, il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia è al gran completo. Devono ratificare tre decreti d’urgenza per assumere i poteri civili e militari, per amministrare la giustizia e per giudicare i gerarchi e i membri del governo fascista: la pena prevista è la morte. Contemporaneamente, lungo viale Campania, una colonna di partigiani e cittadini sta camminando in direzione di piazza Leonardo da Vinci. Sono in 340, in tutto hanno 5 fucili mitragliatori, 17 fucili automatici, 56 pistole e alcune bombe a mano. Nel giro di un’ora avranno occupato la sede del Politecnico.

A Genova, alle 10 meno venti, si arrendono i presidi tedeschi di Voltri e Prà. Poi, intorno alle 10, un gruppo di studenti universitari insieme a una decina di uomini delle Sap attacca l’altura di Granarolo, ancora presidiata dai tedeschi. L’obiettivo è prendere la stazione radio. Nello stesso momento, in un’ambulanza che viaggia a sirene spiegate, c’è un uomo con due lettere in tasca e l’ordine di consegnarle nelle mani del generale Gustav Meinhold. Quell’uomo, che si fa chiamare professor Stefano, è sul serio un professore, ma in realtà si chiama Carmine Romanzi, ha 32 anni, e nel dopoguerra diventerà Magnifico Rettore dell’Università di Genova, in via Balbi. Dentro quelle buste c’è l’ordine di resa per i tedeschi, senza condizioni.

Meinhold all’inizio si rifiuta e rinnova la minaccia di bombardare la città se non sarà concesso ai tedeschi di ritirarsi con le armi. Il professor Stefano non si scompone, lo guarda negli occhi e gli fa presente, con voce calma, che su tutte le vie di fuga dalla città troverà partigiani armati. Se vogliono possono provarci, gli dice, ma sarebbe un bagno di sangue. Il tedesco ha capito: non c’è più nulla da fare. Ci pensa qualche minuto, guarda fuori dalla finestra. Poi afferra la pistola, la estrae dal cinturone e la porge a Romanzi. Ha accettato i termini della resa, e quel gesto sancisce la sua promessa.

A Milano, nei locali dell’Arcivescovado il Cardinale Schuster è molto preoccupato. È convinto che la ribellione in atto in città porterà al potere i comunisti e vuole fare qualcosa per impedirlo. Sono circa le undici e mezza, piazza Duomo è deserta.

È l’una

È l’ora decisa dal Cln per lo sciopero generale e per l’inizio dell’insurrezione, che però è già cominciata. In quel momento, alla Innocenti di Lambrate, la 118^ Garibaldi prende possesso degli stabilimenti e arresta 15 repubblichini.

Nell’ambulanza che aveva portato fuori Genova Carmine Romanzi e le sue due lettere, il generale Meinhold viene scortato in città, dove un paio di ore dopo, alla presenza dei vertici del CLN genovese, firmerà la resa dei suoi: sarà il primo e unico atto di resa firmato durante la seconda guerra mondiale da un generale tedesco al cospetto di formazioni irregolari.

Sono le cinque del pomeriggio, In piazza Fontana, a Milano, è arrivato anche Benito Mussolini. Insieme a lui e al cardinale Schuster ci sono il generale Cadorna e i rappresentanti del Cln. A Mussolini viene intimata la resa incondizionata e gli viene annunciato che i tedeschi stanno già trattando. Lui prende tempo, dice di aver bisogno di un’ora, dopodichè tornerà a concludere le trattative. Schuster e gli altri sono d’accordo e lo lasciano andare. Scendendo le scale dell’Arcivescovado, Mussolini incrocia un uomo trafelato che sale di corsa, è Sandro Pertini, è armato, e non l’ha riconosciuto. Anni dopo, Pertini dichiarerà che, se lo avesse riconosciuto gli avrebbe sparato, senza indugi.

In Italia ormai sono le sette di sera ed è tutto molto concitato. Su Milano il cielo si annuvola e cade qualche goccia di pioggia. Mussolini non ha mantenuto la promessa e all’Arcivescovado non ci è tornato. Mentre a Genova il generale Meinhold sta per firmare la resa, Mussolini sta scappando verso nord, in direzione di Como, per poi cercare rifugio in Svizzera. Non ci arriverà mai.

A Torino non è ancora cominciato quasi niente, e alle 21 al comando delle forze partigiane arriva uno strano ordine americano: «non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando piazza». È l’ennesimo tentativo del colonnello John Melior Stevens, rappresentante degli Alleati, di non perdere il controllo sui partigiani comunisti. L’ordine viene ignorato.

Sono le dieci di sera, vicino a Busto Arsizio, in provincia di Varese, l’emittente radiofonica della Repubblica sociale italiana sta ancora trasmettendo, ma al posto del solito telegiornale va in onda un comunicato che inizia così: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani!». È un comunicato partigiano, è il primo annuncio pubblico della liberazione.

A Genova è piena notte, i tedeschi fuori città si sono arresi, ma c’è ancora un gruppo, capitanato dal capitano di vascello Max Berninghaus, che non riconosce la resa firmata dal generale Meinhold e lo dichiara colpevole di alto tradimento. Si arrenderanno poche ore dopo. A Milano ci si sveglia con il suono di copi di armi automatiche, alle prime luci dell’alba, un commando della Guardia di finanza conquista la prefettura. Un paio d’ore dopo, Riccardo Lombardi, azionista, diventa prefetto di Milano, mentre, Antonio Greppi socialista, diventa sindaco.

Nella sede del Corriere della Sera, in via Solferino, Dino Buzzati sta battendo i tasti della sua macchina da scrivere: «Mentre andiamo in macchina — scrive — i combattimenti continuano. Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell’Eiar, l’ufficio della Questura centrale e i commissariati di polizia». Poi mette un punto, tira fuori il foglio, rilegge e manda in tipografia.

Buzzati ha ragione, fuori si continua a sparare, truppe tedesche sono ancora trincerate nel collegio dei Martinitt di Lambrate, nella Casa dello studente di via Pascoli e nel palazzo dell’Aeronautica di piazza Novelli. Si arrenderanno solo all’arrivo delle colonne partigiane dell’Oltrepò Pavese, il 28 aprile. Quel pomeriggio a Genova circa seimila soldati tedeschi sfilano disarmati in via XX settembre, sotto i portici che costeggiano la strada, leggermente in salita, migliaia di genovesi assistono festanti a quella triste sfilata. In molti si rendono conto, per la prima volta, che maggio è vicino e che tra un po’ si andrà al mare.

giovedì 19 aprile 2018

25 Aprile 2018


73 anni di libertà grazie alla lotta partigiana di liberazione contro il fascismo.