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lunedì 14 ottobre 2019

OSSERVATORIO OTTOBRE 2019

L'OSSERVATORIO La riduzione del numero dei parlamentari viene salutata come una vittoria di Di Maio, ma era scontata in quanto c'erano già state 3 letture alle Camere e se non fosse caduto il governo precedente sarebbe stata approvata insieme con la Lega. Era naturale che all'atto della formazione del “Conte-bis” i Cinquestelle avrebbero innalzato questa loro bandiera; a quel punto, una volta accettato il riassetto istituzionale che tale riduzione comporta, non poteva che esserci il via libera. Quello che invece và fatto, da parte del Pd e non solo, è stroncare immediatamente la retorica dei grillini circa il risparmio economico, che secondo le stime di Cottarelli ad esempio varrebbe lo 0.07% della spesa pubblica; non può essere accettata questa motivazione, è propagandistica e fuorviante. Tra l'altro è anche doveroso chiarire, in tv, nei giornali, sui social, che il taglio dei parlamentari non ha nulla a che fare con la “casta”, perchè il loro numero era stato stabilito in sede costituzionale, con qualche “aggiustatina” successiva sulla spinta dei maggiori partiti dell'epoca (Dc e PCI) che avevano interesse, in quanto partiti di massa, a limitare l'estensione dei collegi. Il numero di 945, tra onorevoli e senatori, risale quindi ad almeno 50 anni fa; cosa c'entra la casta? E' ovvio che la crisi del 2008, da cui non siamo ancora completamente usciti, l'immagine di una politica incapace, se non di risolvere, quantomeno di saper cogliere le istanze della gente, i pessimi esempi di coloro che sia a livello nazionale sia a livello regionale han mostrato come l' “essere in politica” era soprattutto un modo per arricchirsi, tutto ciò ha creato quel profondo malcontento che i grillini hanno cavalcato e portato “così com'era” in Parlamento. Solo che ai Pentastellati è mancata finora la capacità di orientare questo rancore verso il Palazzo, dandogli uno sbocco politico-istituzionale; sin dall'inizio si sono presentati come anti-sistema senza indicarne uno diverso, se non il sogno della democrazia diretta, con i click da casa. Il taglio dei parlamentari risponde a questa logica “punitiva” per cui è bene tagliare per ridurre “gli sprechi” della politica e restituire ai cittadini i soldi risparmiati, come un risarcimento sociale. Ai Cinquestelle non è mai interessato il discorso della rappresentatività e dei collegi elettorali, perchè o avrebbero dovuto desistere dal progetto (del taglio) oppure avrebbero dovuto inserirlo all'interno di un riassetto costituzionale (che avrebbe richiesto un confronto continuo con le altre forze politiche), ma in entrambi i casi non vi sarebbe stato “l'incasso” immediato (la bandierina da piantare), e questo per la loro logica e mentalità non avrebbero mai potuto permetterselo. In linea di principio una riduzione del numero dei parlamentari non è un fatto negativo; lo è invece questa logica che la sottende, che lancia il messaggio di una politica come cosa sporca che ha bisogno dei essere purificata dai giustizieri eletti dal popolo. La prudenza di cui viene rimproverato Zingaretti, che si vorrebbe più puntuale nel ribadire, sostenere e difendere i punti fermi del partito (ius culturae, rimozione dei “decreti sicurezza”, apertura dei porti anche alle Ong...) è legata sicuramente al tentativo di stabilire coi grillini un rapporto sempre più organico, ad iniziare dalle prossime Regionali in Umbria. Anche se l'alleanza col Movimento non mi entusiasma personalmente và ricordato che alla base delle sconfitte nelle scorse Amministrative, dai Comuni persi alle Regioni poi passate al Centrodestra, c'è sempre stato, pur se non sancito da alcun patto scritto, un fluire di voti, nei ballottaggi, dall'elettorato pentastellato al Centrodestra e viceversa (come nel caso di Roma), solo in chiave anti-Pd. Si possono spiegare diversamente le vittorie della Appendino e della Raggi? Il che comunque non esime il Pd dalle proprie responsabilità...Staremo a vedere, come sempre, ma al riguardo i segnali dai territori non sono incoraggianti; nel Lazio ad esempio i grillini forse voteranno una mozione di sfiducia verso Zingaretti (il quale come si sa non ha la maggioranza assoluta) e si è pure costituito un gruppo on line di dissidenti pentastellati “Mai col Pd”... Abbiamo già detto che la navigazione del Governo non sarà tranquillissima, ma credo sia compito di Conte, che non è più il garante di un contratto (un modo elegante, per l'esultanza dei gonzi sulla rete, per dire che ogni contraente portava avanti le specifiche priorità, al di fuori da una visione d'insieme) quanto il primo responsabile di un programma che ambisce ad essere di legislatura, a richiamare soprattutto i grillini (Di Maio sostanzialmente) ad evitare i toni di parte, a parlare sempre di scelte di governo e non del Movimento, a dire allo stesso ministro degli Esteri di non tenere incontri coi propri parlamentari nei locali della Farnesina, quasi a rimarcare proprie diversità, di evitare “balconi” cui affacciarsi e gridare “abbiamo abolito la povertà”...Non è un contratto, questo, col Pd! Si aggiungano inoltre i sommovimenti interni ai Cinquestelle, tra i quali la figura del loro capo politico non sembra godere di credito assoluto; iniziano ad esserci cambi di casacca, oltre alla (finora) mancata nomina, per mancanza di voti necessari, dei capigruppo di Camera e Senato. Adesso però si è aggiunta la questione assai scivolosa del “Russiagate” che coinvolge Giuseppe (i) Conte, tanto più che la direzione del Copasir è appena andata al leghista Volpi, il quale avrà tutto l'interesse a “far cuocere il premier a fuoco lento”...Vedemo...! Il tesseramento del Pd invece sembra stia andando bene; speriamo che la “convention” sulle Idee a novembre dia un ulteriore e più definito profilo al partito; nel frattempo si torni ad incontrare la gente nei territori: siamo di fatto l'unico baluardo per evitare la deriva nazional-sovranista. E i fatti che accadono nel mondo, ma anche nella nostra Europa a partire dall'attentato di Halle in Germania, ormai dimostrano che non si tratta più di azioni singole di qualche “disturbato”, ma di chi si ritiene l'avanguardia di un movimento più esteso legittimato a tal fine, che potremo definire la “fase suprema” di questo sentire politico (il nazional-sovranismo appunto)!..Con tutto quello che può oggi significare. Gianni Amendola

martedì 24 settembre 2019

OSSERVATORIO 2 SETTEMBRE 2019

L'OSSERVATORIO L'alleanza col M5S è costata al Pd l' uscita, peraltro ampiamente prevista, di Renzi con 40 parlamentari per la formazione di Italia Viva (che sembra ricalcare Forza Italia o...Italia Forza) e quelle di Calenda e di Richetti, entrambi proprio a causa di questa alleanza. Non sto ora a commentarne le ragioni (ma mi domando: si può uscire dal partito a motivo di una scelta governativa non condivisibile, comunque sofferta anche dalla maggioranza?), pur se trattasi ad ogni modo di cosa sgradita perchè si deve sempre lottare da dentro, altrimenti ognuno può farsi un partito, basta dissentire su un qualcosa. Circa la scelta di Renzi invece è evidente che, al di là delle sue parole, esiste un problema personale, legato al suo “Io ipertrofico”: lui non è persona che sà stare nelle retrovie, che sà lavorare “nel partito” come minoranza per cambiarne legittimamente le strategie, no; lui sà e vuole essere capo, vuole e deve decidere la linea, deve essere protagonista principale e non comparsa. Purtroppo per lui la sua magica stagione è durata lo spazio di 2 anni, durante i quali però ha inferto duri colpi alla “sinistra” in generale (al di là di cose buone che pure ci sono state), incarnando tra l'altro uno stile di comando da “uomo solo” che parla direttamente ai cittadini attraverso i social, scavalcando ogni mediazione, dal sindacato ai movimenti di base, dall'associazionismo al mondo della cultura, compresa la scuola. In questo è stato divisivo, a volte al limite della denigrazione degli avversari (interni soprattutto). Chi non ricorda il “Fassina chi”? O il “ciaone” rivolto a chi stava per andarsene? Ora, dopo aver spinto perchè si formasse l'attuale governo, non solo per combattere il “salvinismo” quanto soprattutto per evitare le elezioni anticipate che avrebbero ridotto numericamente la pattuglia dei suoi fedelissimi, ha pensato bene di uscire dal Pd, richiamandosi come nel suo stile a immagini suggestive ma spesso vacue, quali “futuro”, “nuova avventura”, “saremo quelli del sorriso”, per tornare a dare le carte (ora il governo è a 3 e non più a 2). Intanto sarà solo un caso, ma sembra che si stia assistendo nel Pd ad un incremento di richieste di tesseramento. Come però ha ribadito in un'intervista all'Huffington Post (diretto dalla Annunziata) pare non abbia per nulla gradito il fatto che l'attuale ministro delle Riforme abbia votato “no” al referendum del 2016 ed è stato contro il Jobs Act, come se il Pd si vergognasse di quanto fatto dal governo da lui guidato. Il fatto è che vale per Renzi quanto detto per Di Maio: imparare la parola “autocritica”, quella capacità cioè, evidentemente non comune a tutti, di saper riconoscere gli errori, perchè le sconfitte non arrivano a caso. Del resto, per fare solo un esempio, quando nel referendum on line proposto ai Docenti prima della legge 107 (la Buona Scuola) prese atto che l'80% respinse la proposta del “bonus” e del preside “sceriffo”, senza però che di questo se ne tenesse minimamente conto nella sua successiva promulgazione, come si fà a non ritenerlo uno sbaglio, costato peraltro al Pd un notevole numero di voti? Autocritica? Non pare ci sia stata! Riguardo al governo poi è evidente che la sua navigazione non è né sarà tranquilla. I Cinquestelle hanno la convinzione che governare sia piazzare bandierine; il taglio dei parlamentari ne è l'esempio più lampante: se la Costituzione ha stabilito 630 deputati e 315 senatori, pur in un'Italia che all'epoca aveva circa 40 milioni di abitanti, è perchè bisognava (e bisogna) garantire una adeguata rappresentatività a livello regionale. Se il M5S avesse una autentica “visione politica” (al di là dei click degli elettori) avrebbe compreso immediatamente questo fondamentale aspetto, per il quale si rende necessaria la revisione e l'ampliamento dei collegi; la logica della bandierina invece richiede il taglio come uno scalpo, un segnale punitivo nei confronti della classe politica considerata inetta nel suo insieme, da poter poi esibire sui social. Fa' bene quindi il Pd a legare la riduzione dei parlamentari ad un riassetto istituzionale più generale, tra cui ci sarà necessariamente la legge elettorale che a mio avviso non dovrà limitarsi a fotografare il quadro dei partiti (sistema proporzionale), quanto ad offrire maggioranze stabili (personalmente, come ho già detto, sarei favorevole ad un ritorno del “Mattarellum” che, ricordo, è per il 75% maggioritario, per il 25% proporzionale). Staremo a vedere.....Certo, nel frattempo Di Maio sembra comportarsi come fosse sempre vice-premier e non un ministro facente parte di una compagine; interviene spesso su temi di sua non stretta pertinenza e riunisce i ministri e sottosegretari pentastellati alla Farnesina, quasi a voler ribadire una “alterità” tra M5S e Pd. In nome della governabilità sembra per ora che si voglia passarci sopra, ma potrebbe diventare un tema di scontro. Perchè se il Pd si divide i Cinquestelle non sono da meno, anche se non pare; esiste ormai una consolidata ala governista che mal sopporta le uscite fuori programma di Di Battista, il quale probabilmente soffre di astinenza da governo, ed è presente un'opposizione finora poco visibile (ma nel Movimento un parere diverso è ammissibile?) allo stesso Di Maio, individuato come causa del tracollo elettorale e criticato per il suo agire “da solo” senza un vero confronto interno. E' da tenere in conto che questa alleanza col Pd, mal digerita da buona parte della base e dei parlamentari, potrà far implodere il Movimento stesso, quando si tratterà di fare scelte su questioni più divisive. I temi potranno essere, li nomino alla rinfusa, la giustizia (almeno su alcuni aspetti), le riforme istituzionali e la legge elettorale, l'elezione del Presidente della Repubblica (la cui data viene indicata quale capolinea probabile dell'attuale governo), il lavoro, specie se si dovrà metter mano al reddito di cittadinanza (non subito)...Staremo a vedere appunto; nel frattempo speriamo che nonostante tutto il Pd recuperi elettoralmente e quindi, a tal fine, torni a dialogare (che vuol dire comprensione delle ragioni dell'altro) col mondo che gli ha voltato le spalle... Gianni Amendola

mercoledì 4 settembre 2019

OSSERVATORIO SETTEMBRE 2019

L'OSSERVATORIO. Ripeto all'inizio del presente scritto quanto detto nel precedente numero, che cioè la situazione politica è talmente fluida (sto scrivendo oggi lunedì 2/9 nell'attesa come tutti delle votazioni sulla piattaforma Rousseau di domani) che qualsiasi considerazione potrà essere superata dai fatti. Diciamo allora che la crisi di Governo sta confermando un sostanziale inaffidabilità dei Cinquestelle, peraltro assai divisi al loro interno, che nasce proprio dal loro essere un “non partito”, con un sottofondo non rimosso di anti-istituzionalità, e dalla loro natura fondamentalmente settaria. Hanno un capo politico, ora piuttosto discusso a quanto pare, che però in certo modo dipende dal Capo Supremo (Grillo, l'Elevato) e da Davide Casaleggio, figura dai tratti somatici un po' inquietanti, padrone assoluto dell'omonima azienda “associata” e della suddetta piattaforma on line, già condannata dal Garante per la scarsa attendibilità dei risultati delle consultazioni (manipolabili) senza una piena garanzia della privacy degli iscritti (115.000), ma senza la quale i grillini non potrebbero sopravvivere (e viceversa). Questo capo politico è l'unico, credo, in tutte le democrazie occidentali ad essere rimasto in sella nonostante la pesante scoppola elettorale delle ultime Europee, senza peraltro mai un'analisi autocritica (in questo magari non è stato il solo..) su quanto uscito dalle urne e senza che nessuno mai, all'interno del Movimento, ponesse con forza il problema delle dimissioni. Non soltanto è rimasto capo (con gli endorsement dell'Elevato e di Casaleggio), ma ora assume toni muscolari nella trattativa con il Pd, cercando di imporre le proprie condizioni in modo ultimativo. Sono 3 a mio avviso i motivi del suo irrigidimento, proponendo come ha fatto i 20 punti “imprescindibili”: il primo è che teme il forte ridimensionamento personale che avrebbe senza la vice-presidenza del Consiglio, tanto più anche senza un ministero “di peso”, e che lo indebolirebbe nei confronti dei suoi parlamentari; un po' come prendere atto che in un governo di svolta, in quanto tale, non vi sarebbe un posto in prima fila per lui in quanto espressione di un governo finito e fallimentare (cosa inaccettabile per uno che sta costruendosi tutta una carriera politica sull'essere “leader”). Il secondo punto è che Giuseppe Conte sembra godere di un consenso più elevato delle attuali percentuali attribuite al Movimento; ciò significa, nel caso di un governo che funzionasse un pò, che Conte lo scalzerebbe definitivamente dal suo ruolo di capo politico (tra l'altro col timore che i Cinquestelle diventino “altra cosa”, più partito istituzionalizzato che movimentista, con maggiore autonomia di scelta rispetto alla dipendenza dalla “rete”). Ma c'è un altro punto, finora poco sottolineato, per cui Di Maio rimane radicalmente contrario ad un governo col Pd e che si lega al ruolo di Mattarella: qualora, come compensazione per la mancata nomina a vice-premier (se Conte accetterà la proposta al riguardo dei democratici) ottenesse comunque un “portafoglio” importante (Difesa, Esteri...), il Presidente della Repubblica, che per Costituzione può ratificare o meno i ministri, potrebbe non riconoscergli le qualità richieste per tali ministeri. Sarebbe forse lo smacco definitivo per Giggino che in cuor suo sà di correre questo rischio. In sostanza questo governo “forse nascente” non rappresenta per il Nostro la cosa più gradita; anche quell'aver ribadito, nelle dichiarazioni dopo i colloqui con Mattarella, di aver rinunciato per la seconda volta al ruolo di premier, offertogli ora a differenza di un anno fa da Salvini, tradisce quel sordo rancore che lo anima: lui da quando è entrato in Parlamento, ricoprendo la carica di Presidente della Camera, pensava già alla presidenza del Consiglio (per sua esplicita affermazione). Sarebbe la fine di tutto per lui; perciò sta giocando una partita solo personale. Non accetterà mai di ridimensionarsi! Del resto, se ci pensiamo, quale considerazione avrebbe un Ministro degli Esteri, se tale dovesse essere il suo ruolo, in Europa e non solo, dopo aver flirtato fino alle elezioni di maggio coi Gilet Gialli, dopo aver cercato di costruire alleanze con gruppi minoritari in Europa, tutti fortemente populisti ed anti-europeisti, dopo aver avuto feroci polemiche con Macron (ricordiamo tutti la “marchetta alla Francia”, indicando il palazzo di Strasburgo insieme al suo amico Di Battista), “costringendo” poi Mattarella a riallacciare le relazioni con la Francia...Forse ha ragione il sociologo De Masi (ed è tutto dire) consigliando Di Maio a laurearsi, ad andare all'estero, imparare l'inglese e poi a 37-38 anni tornare in Italia...Ma Giggino lo farà? Alcune considerazioni sul Pd. Zingaretti si è mosso con prudenza, ma direi con avvedutezza; ha doverosamente posto la questione di una svolta per cui non si poteva accettare Conte premier e Di Maio vice quali espressioni del precedente governo; poi però le pressioni di tanta parte del mondo politico vicino alla sinistra, della cultura ed anche della Santa Sede, tutti timorosi di regalare l'Italia a Salvini, lo hanno indotto a riconoscere il ruolo di premier a Conte (ma non certo di Di Maio). Su tutto però peserà l'incognita di Renzi, il quale nel timore di veder ridotto il suo peso specifico nel partito ha sponsorizzato la nascita di un governo, un anno fa nettamente respinto. Se l'obiettivo di Renzi è quello di riprendere la leadership del Pd non lascerà scappare la minima occasione per aprire una crisi, specie se questo eventuale governo dovesse dar l'idea di durare e di fare cose buone. Per questo Zingaretti dà a volte l'idea di muoversi cautamente, perchè il timore di una scissione, negata ma possibilissima, lo costringe a non forzare le situazioni. Purtroppo il Pd è al momento così, ma la presente crisi potrebbe anche al nostro interno aprire scenari diversi. Gianni Amendola

venerdì 30 agosto 2019

OSSERVATORIO AGOSTO 2019

L'OSSERVATORIO Mentre scrivo queste considerazioni mancano poche ore alle consultazioni del presidente Mattarella, per cui è assai probabile che alcune riflessioni saranno poi superate dagli eventi; d'altra parte in questo susseguirsi di fatti nuovi e spesso contrastanti i diversi elementi in campo non possono che modificarsi rapidamente. Dunque la crisi. Salvini che ha sempre avuto il timer dell'alleanza giallo-verde ha sbagliato i tempi, sottovalutando la vitale necessità dei grillini di rimanere comunque in un governo (dopo l'esito delle Europee), pena il loro ulteriore ridimensionamento e una conseguente insignificanza politica, al punto da ricercare una “assurda” alleanza con i “pidioti” (come li chiamava sprezzatamente Grillo). E questo anche al di là dell'attivismo di Renzi, il quale, abituato com'è a sentirsi al centro della scena, ha smesso di mangiare i pop corn per proporre analoga alleanza, ben consapevole della reciproca utilità a non andare alle urne: i Pentastellati per non morire politicamente, i renziani per non essere esclusi o comunque ridimensionati nelle liste elettorali. E' vero che “buoni” motivi per non arrivare al voto ci sono (la crisi economica, il possibile rincaro dell'IVA, la necessità di una manovra finanziaria pesante...), ma è altrettanto vero che non tutti i Governi possibili sul piano numerico sono poi “politicamente” solidi ed incisivi; il rischio in altri termini è iniziare a “dare il sangue” per una coalizione sulla carta improponibile e poi prendere atto della sua intrinseca inaffidabilità, con tutte le intuibili conseguenze elettorali. Se la mossa di Salvini ha ridato fiato al Movimento non si capisce il perchè il Pd dovrebbe contribuire a dar ad esso un'ulteriore centralità, come se l'esperienza del governo Conte non si sia consumata per l'incapacità e la distorsione delle loro idee, quanto invece per la “cattiveria” solitaria del leader leghista. I grillini sono invece parimenti responsabili dello sfascio che ha portato alla crisi di governo, nè più nè meno di Salvini; ne hanno appoggiato tutte le iniziative (come i leghisti con i Cinquestelle del resto), lo hanno coperto nel caso della Diciotti, non lo hanno costretto a dire la verità sulle tangenti russe. Ma non han fatto questo perchè il Governo sarebbe caduto e loro avrebbero dovuto rinunciare alle poltrone (checchè ne dicano!). Alla luce di ciò come pensare ad un'alleanza durevole ed efficace, peraltro con Conte ancora Primo Ministro come proposto dall'ineffabile Di Maio, unica condizione anche a suo dire per tenere unito il Movimento e poter stare ancora al Governo? La condizione posta da Zingaretti di una totale discontinuità in termini di persone e contenuti non potrà mai essere accettata dai Pentastellati, intanto perchè al momento in Parlamento sono ancora maggioranza relativa, quindi in grado di dettare condizioni, poi perchè cambiare persone e contenuti (questi soprattutto) significherebbe terremotarli ulteriormente, stravolgendo il Movimento nella sua natura. Io credo allora che le urne siano volente o nolente la “soluzione” migliore, se non altro perchè il Pd potrebbe (e dovrebbe) diventare il riferimento di tutti coloro che vogliono opporsi allo spostamento a destra desiderato da Salvini, dalla Meloni e da Toti...Ciò contribuirebbe a restituire chiarezza al quadro politico, oltre ad una maggiore visibilità e credibilità all'opposizione (del centro-sinistra, dando per scontato che Salvini vincerà le elezioni, magari non arrivando al 40%...). E si potrà di conseguenza impostare una campagna elettorale senza ambiguità, senza risparmiare i Cinquestelle, che ora si atteggiano a vittime della sfrontatezza del leader della Lega, ma, come detto, hanno avallato sempre ogni sua posizione e che ora stan dando prova di un attaccamento a quelle poltrone che pure dicono di tagliare. La considerazione della politica del Movimento rimane sostanzialmente “anti-istituzionale”, e se la Lega ha ancora nel proprio statuto il riferimento alla secessione Casaleggio (chi se no?) ha l'obiettivo di superare il Parlamento, per sostituirlo coi click dei nostri computer domestici. A tal riguardo dunque la proposta di Prodi (fatta propria da Zingaretti) per un governo di legislatura Pd-Cinquestelle è irrealizzabile, non perchè non abbia spessore politico, quanto invece per l'impossibilità dei grillini a concepirsi “diversamente”. Come pensare infatti che possano decidere e preparare un congresso per stabilire la linea politica quando la loro organizzazione è quella di una setta, con un capo che nei momenti topici trasmette sul suo blog i suoi pensieri, con una “casta” interna che si incontra “clandestinamente” nella sua villa al mare di Bibbona per poi indire una scontata consultazione on line per gli “ok” degli iscritti alla piattaforma? Finchè ci saranno Grillo e Casaleggio a dettare la linea il Movimento non cambierà mai! Poi certo, anche il Pd ha i suoi non pochi problemi; il rischio di una scissione resta dietro l'angolo nonostante i sondaggi sembrino non dare responsi lusinghieri a tale ipotesi. Rimane ovvio che qualsiasi sia lo sbocco della crisi l'unità del partito sia condizione irrinunciabile; giocare alla crisi per obiettivi interni (tipo “far cadere Zingaretti”) sarebbe suicida, oltre ad essere la fine del Pd. Ognuno tiri le conclusioni che vuole. Gianni Amendola

martedì 16 luglio 2019

ASSEMBLEA PROVINCIALE PD

Paolo Furia: "Ieri sera, con Monica Canalis, presenti all'assemblea provinciale di Asti per accompagnare il nostro partito locale verso il rilancio. Anche qui coi nostri Avengers: il sindaco di Dusino San Michele Walter Luigi Malino e Barbara Baino, sindaco di Mongardino, sindaci al terzo mandato, veri argini all'onda giallo-verde! Un grazie anche al grande Porcellana, presidente del partito provinciale, per il suo instancabile lavoro di mediazione e di presidio."