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mercoledì 4 settembre 2019

OSSERVATORIO SETTEMBRE 2019

L'OSSERVATORIO. Ripeto all'inizio del presente scritto quanto detto nel precedente numero, che cioè la situazione politica è talmente fluida (sto scrivendo oggi lunedì 2/9 nell'attesa come tutti delle votazioni sulla piattaforma Rousseau di domani) che qualsiasi considerazione potrà essere superata dai fatti. Diciamo allora che la crisi di Governo sta confermando un sostanziale inaffidabilità dei Cinquestelle, peraltro assai divisi al loro interno, che nasce proprio dal loro essere un “non partito”, con un sottofondo non rimosso di anti-istituzionalità, e dalla loro natura fondamentalmente settaria. Hanno un capo politico, ora piuttosto discusso a quanto pare, che però in certo modo dipende dal Capo Supremo (Grillo, l'Elevato) e da Davide Casaleggio, figura dai tratti somatici un po' inquietanti, padrone assoluto dell'omonima azienda “associata” e della suddetta piattaforma on line, già condannata dal Garante per la scarsa attendibilità dei risultati delle consultazioni (manipolabili) senza una piena garanzia della privacy degli iscritti (115.000), ma senza la quale i grillini non potrebbero sopravvivere (e viceversa). Questo capo politico è l'unico, credo, in tutte le democrazie occidentali ad essere rimasto in sella nonostante la pesante scoppola elettorale delle ultime Europee, senza peraltro mai un'analisi autocritica (in questo magari non è stato il solo..) su quanto uscito dalle urne e senza che nessuno mai, all'interno del Movimento, ponesse con forza il problema delle dimissioni. Non soltanto è rimasto capo (con gli endorsement dell'Elevato e di Casaleggio), ma ora assume toni muscolari nella trattativa con il Pd, cercando di imporre le proprie condizioni in modo ultimativo. Sono 3 a mio avviso i motivi del suo irrigidimento, proponendo come ha fatto i 20 punti “imprescindibili”: il primo è che teme il forte ridimensionamento personale che avrebbe senza la vice-presidenza del Consiglio, tanto più anche senza un ministero “di peso”, e che lo indebolirebbe nei confronti dei suoi parlamentari; un po' come prendere atto che in un governo di svolta, in quanto tale, non vi sarebbe un posto in prima fila per lui in quanto espressione di un governo finito e fallimentare (cosa inaccettabile per uno che sta costruendosi tutta una carriera politica sull'essere “leader”). Il secondo punto è che Giuseppe Conte sembra godere di un consenso più elevato delle attuali percentuali attribuite al Movimento; ciò significa, nel caso di un governo che funzionasse un pò, che Conte lo scalzerebbe definitivamente dal suo ruolo di capo politico (tra l'altro col timore che i Cinquestelle diventino “altra cosa”, più partito istituzionalizzato che movimentista, con maggiore autonomia di scelta rispetto alla dipendenza dalla “rete”). Ma c'è un altro punto, finora poco sottolineato, per cui Di Maio rimane radicalmente contrario ad un governo col Pd e che si lega al ruolo di Mattarella: qualora, come compensazione per la mancata nomina a vice-premier (se Conte accetterà la proposta al riguardo dei democratici) ottenesse comunque un “portafoglio” importante (Difesa, Esteri...), il Presidente della Repubblica, che per Costituzione può ratificare o meno i ministri, potrebbe non riconoscergli le qualità richieste per tali ministeri. Sarebbe forse lo smacco definitivo per Giggino che in cuor suo sà di correre questo rischio. In sostanza questo governo “forse nascente” non rappresenta per il Nostro la cosa più gradita; anche quell'aver ribadito, nelle dichiarazioni dopo i colloqui con Mattarella, di aver rinunciato per la seconda volta al ruolo di premier, offertogli ora a differenza di un anno fa da Salvini, tradisce quel sordo rancore che lo anima: lui da quando è entrato in Parlamento, ricoprendo la carica di Presidente della Camera, pensava già alla presidenza del Consiglio (per sua esplicita affermazione). Sarebbe la fine di tutto per lui; perciò sta giocando una partita solo personale. Non accetterà mai di ridimensionarsi! Del resto, se ci pensiamo, quale considerazione avrebbe un Ministro degli Esteri, se tale dovesse essere il suo ruolo, in Europa e non solo, dopo aver flirtato fino alle elezioni di maggio coi Gilet Gialli, dopo aver cercato di costruire alleanze con gruppi minoritari in Europa, tutti fortemente populisti ed anti-europeisti, dopo aver avuto feroci polemiche con Macron (ricordiamo tutti la “marchetta alla Francia”, indicando il palazzo di Strasburgo insieme al suo amico Di Battista), “costringendo” poi Mattarella a riallacciare le relazioni con la Francia...Forse ha ragione il sociologo De Masi (ed è tutto dire) consigliando Di Maio a laurearsi, ad andare all'estero, imparare l'inglese e poi a 37-38 anni tornare in Italia...Ma Giggino lo farà? Alcune considerazioni sul Pd. Zingaretti si è mosso con prudenza, ma direi con avvedutezza; ha doverosamente posto la questione di una svolta per cui non si poteva accettare Conte premier e Di Maio vice quali espressioni del precedente governo; poi però le pressioni di tanta parte del mondo politico vicino alla sinistra, della cultura ed anche della Santa Sede, tutti timorosi di regalare l'Italia a Salvini, lo hanno indotto a riconoscere il ruolo di premier a Conte (ma non certo di Di Maio). Su tutto però peserà l'incognita di Renzi, il quale nel timore di veder ridotto il suo peso specifico nel partito ha sponsorizzato la nascita di un governo, un anno fa nettamente respinto. Se l'obiettivo di Renzi è quello di riprendere la leadership del Pd non lascerà scappare la minima occasione per aprire una crisi, specie se questo eventuale governo dovesse dar l'idea di durare e di fare cose buone. Per questo Zingaretti dà a volte l'idea di muoversi cautamente, perchè il timore di una scissione, negata ma possibilissima, lo costringe a non forzare le situazioni. Purtroppo il Pd è al momento così, ma la presente crisi potrebbe anche al nostro interno aprire scenari diversi. Gianni Amendola

venerdì 30 agosto 2019

OSSERVATORIO AGOSTO 2019

L'OSSERVATORIO Mentre scrivo queste considerazioni mancano poche ore alle consultazioni del presidente Mattarella, per cui è assai probabile che alcune riflessioni saranno poi superate dagli eventi; d'altra parte in questo susseguirsi di fatti nuovi e spesso contrastanti i diversi elementi in campo non possono che modificarsi rapidamente. Dunque la crisi. Salvini che ha sempre avuto il timer dell'alleanza giallo-verde ha sbagliato i tempi, sottovalutando la vitale necessità dei grillini di rimanere comunque in un governo (dopo l'esito delle Europee), pena il loro ulteriore ridimensionamento e una conseguente insignificanza politica, al punto da ricercare una “assurda” alleanza con i “pidioti” (come li chiamava sprezzatamente Grillo). E questo anche al di là dell'attivismo di Renzi, il quale, abituato com'è a sentirsi al centro della scena, ha smesso di mangiare i pop corn per proporre analoga alleanza, ben consapevole della reciproca utilità a non andare alle urne: i Pentastellati per non morire politicamente, i renziani per non essere esclusi o comunque ridimensionati nelle liste elettorali. E' vero che “buoni” motivi per non arrivare al voto ci sono (la crisi economica, il possibile rincaro dell'IVA, la necessità di una manovra finanziaria pesante...), ma è altrettanto vero che non tutti i Governi possibili sul piano numerico sono poi “politicamente” solidi ed incisivi; il rischio in altri termini è iniziare a “dare il sangue” per una coalizione sulla carta improponibile e poi prendere atto della sua intrinseca inaffidabilità, con tutte le intuibili conseguenze elettorali. Se la mossa di Salvini ha ridato fiato al Movimento non si capisce il perchè il Pd dovrebbe contribuire a dar ad esso un'ulteriore centralità, come se l'esperienza del governo Conte non si sia consumata per l'incapacità e la distorsione delle loro idee, quanto invece per la “cattiveria” solitaria del leader leghista. I grillini sono invece parimenti responsabili dello sfascio che ha portato alla crisi di governo, nè più nè meno di Salvini; ne hanno appoggiato tutte le iniziative (come i leghisti con i Cinquestelle del resto), lo hanno coperto nel caso della Diciotti, non lo hanno costretto a dire la verità sulle tangenti russe. Ma non han fatto questo perchè il Governo sarebbe caduto e loro avrebbero dovuto rinunciare alle poltrone (checchè ne dicano!). Alla luce di ciò come pensare ad un'alleanza durevole ed efficace, peraltro con Conte ancora Primo Ministro come proposto dall'ineffabile Di Maio, unica condizione anche a suo dire per tenere unito il Movimento e poter stare ancora al Governo? La condizione posta da Zingaretti di una totale discontinuità in termini di persone e contenuti non potrà mai essere accettata dai Pentastellati, intanto perchè al momento in Parlamento sono ancora maggioranza relativa, quindi in grado di dettare condizioni, poi perchè cambiare persone e contenuti (questi soprattutto) significherebbe terremotarli ulteriormente, stravolgendo il Movimento nella sua natura. Io credo allora che le urne siano volente o nolente la “soluzione” migliore, se non altro perchè il Pd potrebbe (e dovrebbe) diventare il riferimento di tutti coloro che vogliono opporsi allo spostamento a destra desiderato da Salvini, dalla Meloni e da Toti...Ciò contribuirebbe a restituire chiarezza al quadro politico, oltre ad una maggiore visibilità e credibilità all'opposizione (del centro-sinistra, dando per scontato che Salvini vincerà le elezioni, magari non arrivando al 40%...). E si potrà di conseguenza impostare una campagna elettorale senza ambiguità, senza risparmiare i Cinquestelle, che ora si atteggiano a vittime della sfrontatezza del leader della Lega, ma, come detto, hanno avallato sempre ogni sua posizione e che ora stan dando prova di un attaccamento a quelle poltrone che pure dicono di tagliare. La considerazione della politica del Movimento rimane sostanzialmente “anti-istituzionale”, e se la Lega ha ancora nel proprio statuto il riferimento alla secessione Casaleggio (chi se no?) ha l'obiettivo di superare il Parlamento, per sostituirlo coi click dei nostri computer domestici. A tal riguardo dunque la proposta di Prodi (fatta propria da Zingaretti) per un governo di legislatura Pd-Cinquestelle è irrealizzabile, non perchè non abbia spessore politico, quanto invece per l'impossibilità dei grillini a concepirsi “diversamente”. Come pensare infatti che possano decidere e preparare un congresso per stabilire la linea politica quando la loro organizzazione è quella di una setta, con un capo che nei momenti topici trasmette sul suo blog i suoi pensieri, con una “casta” interna che si incontra “clandestinamente” nella sua villa al mare di Bibbona per poi indire una scontata consultazione on line per gli “ok” degli iscritti alla piattaforma? Finchè ci saranno Grillo e Casaleggio a dettare la linea il Movimento non cambierà mai! Poi certo, anche il Pd ha i suoi non pochi problemi; il rischio di una scissione resta dietro l'angolo nonostante i sondaggi sembrino non dare responsi lusinghieri a tale ipotesi. Rimane ovvio che qualsiasi sia lo sbocco della crisi l'unità del partito sia condizione irrinunciabile; giocare alla crisi per obiettivi interni (tipo “far cadere Zingaretti”) sarebbe suicida, oltre ad essere la fine del Pd. Ognuno tiri le conclusioni che vuole. Gianni Amendola

martedì 16 luglio 2019

ASSEMBLEA PROVINCIALE PD

Paolo Furia: "Ieri sera, con Monica Canalis, presenti all'assemblea provinciale di Asti per accompagnare il nostro partito locale verso il rilancio. Anche qui coi nostri Avengers: il sindaco di Dusino San Michele Walter Luigi Malino e Barbara Baino, sindaco di Mongardino, sindaci al terzo mandato, veri argini all'onda giallo-verde! Un grazie anche al grande Porcellana, presidente del partito provinciale, per il suo instancabile lavoro di mediazione e di presidio."

OSSERVATORIO LUGLIO 2019

L'OSSERVATORIO. Nel numero precedente conclusi il mio scritto con il riferimento alla “guerra” mediatica, da parte di certa stampa di espressione sovranista, nei confronti di papa Bergoglio; consentitemi di aprire questo nuovo Osservatorio, ripartendo da questo tema, affrontato recentemente con notevole risalto da parte del quotidiano “La Repubblica”, vale a dire la scelta per i cattolici tra “Salvini e il Papa”, alla luce dei crescenti consensi, anche fra molti credenti, che il “Capitano” (come amano chiamarlo i suoi) sta ottenendo per la sua linea dura, sfrontata e direi anche crudele sulla (non) accoglienza dei migranti. Non è una questione di poco conto, ma di estrema importanza e gravità. Perchè il valore del messaggio che la Chiesa, istituzione comunque voluta da Cristo, deve diffondere non può che costituire “nella sua essenza” un contraltare alla narrazione salviniana, la quale invece vuole vedere nel cristianesimo la vernice e l'amalgama di un'identità da contrapporre al nemico di turno, oltre che la difesa sacra dei confini della Patria, minacciati da un'invasione incontrollata. Intendiamoci subito: è un discorso che investe principalmente la “qualità” della fede dei cattolici e le loro coscienze, visto che il Vangelo (che non è un libro politico) orienta verso scelte radicalmente opposte, ma è chiaro, come già dissi, che l' ”incarnazione” (cioè l'attuazione, la messa in pratica) del valore dell'accoglienza ha immediate ricadute pratiche in ambito sociale e culturale (quindi politico). Non voglio addentrarmi sulle “varie tipologie” dei cattolici, perchè è discorso troppo ampio e complesso, ma una cosa è certa, e credo sia una delle preoccupazioni dei Vescovi: sulla questione dei migranti si gioca oggi una partita decisiva per la Chiesa, in quanto investe la capacità personale di ognuno di aderire al messaggio di Cristo (la fede). Se per tanti credenti il voto a Salvini non costituisce motivo di “scandalo”, se in altri termini il sostegno a politiche che escludono e non includono non viene percepito nel “profondo del cuore” di ognuno come alternativo al messaggio di Cristo, vorrà dire che ci sarà non poco da fare a livello ecclesiale per un lavoro di ri-evangelizzazione e di ri-formazione delle coscienze, a partire dalle comunità, dalle Parrocchie, dal rapporto con le famiglie...La sondaggista Alessandra Ghisleri, dopo uno studio specifico sul voto dei cattolici, è arrivata alla conclusione che la narrazione sovranista, con la sua pervasiva insistenza, è riuscita a “convincere” tanti di loro circa il pericolo che il Paese correrebbe di fronte ad un'immigrazione incontrollata, che dunque imporrebbe una decisa difesa dei confini, ritenuta quindi “sacra”, e che i toni e gli atteggiamenti spavaldi del Capitano sono in realtà provocati dai “nemici” dell'Italia, vale a dire le Ong (definite criminali senza però che vi sia una sentenza che le qualifichi come tali!), l'Europa in mano ai tedeschi ed ai francesi, che costringerebbero” Salvini a fare la voce grossa per non far soccombere il Paese. In altri termini, non è lui il “cattivo”, sono gli altri che lo costringono ad esserlo! Ma purtroppo come detto il “verbo” salviniano è parte di un disegno che mira a “staccare” parte del mondo cattolico dalla figura dell'attuale Papa, davvero indigesto per il mondo dei Trump, del suo ex-vice Bannon, degli Orban, appunto dei Salvini..Mai come in questi tempi la figura del Vicario di Cristo è sotto attacco, insultato persino sui social; la posta in gioco è il “controllo” della fede (nella sua “incarnazione” concreta) per evitare che in nome del Vangelo si consolidi nella coscienza di tanti un contrappeso decisivo rispetto ad una certa visione del mondo, quello sovranista delle frontiere chiuse, della superiorità razziale, di fatto il contrario della fratellanza universale proclamata da Cristo. Come sta il Pd? In una recente intervista Romano Prodi aveva invitato Nicola Zingaretti a non cedere alla tentazione della prudenza, distinguendo una prudenza “padana” da una “centro-meridionale”. Prodi è troppo intelligente per potergli attribuire pregiudizi razzisti nei confronti di chi vive da Roma in giù; ha usato simpaticamente quell'immagine per spronare il segretario del pd a dare ulteriore impulso alla sua azione riformatrice, ben sapendo peraltro che la grande maggioranza degli attuali parlamentari non ha votato per lui e che il rischio di una scissione, per quanto non dichiarata, rimane un “convitato di pietra”, soprattutto se si arrivasse ad elezioni anticipate che Zingaretti, di fronte al caos del Governo, pare auspicare (sarà stavolta in caso la sua Segreteria a decidere le candidature). Da qui, ma non solo, vien su questo fiorire di correnti, ultima quella di Lotti e Guerini (Base riformista), e l'iniziativa di Renzi dei Comitati di azione civica (nome che evoca i “comitati civici” del dc Gedda per le elezioni del 1948), nella quale la “necessità di una proposta politica forte perchè si torni a vincere” non chiarisce se rivolta a tutto il Pd o solo a “parte di esso”...Intanto l'Assemblea Nazionale di sabato 13 luglio sembra dare nuovo e deciso impulso al partito, una risposta così alla provocazione di Prodi, col richiamo del Segretario a superare il correntismo eccessivo e spesso autoreferenziale, una sorta di cappio al collo del Pd, poi col ribadire l'apertura alla società civile ed anche direi con l'annuncio della “costituente delle idee” che si svolgerà a Bologna a novembre. La proposta di revisione dello Statuto circa l'identificazione tra Segretario e candidato premier sta già scatenando polemiche tra l'attuale maggioranza e la minoranza, come se di ciò non si potesse discuterne serenamente e non come appunto una contrapposizione di correnti. Il partito ha necessità di un vero rilancio; dallo scandalo della sanità in Umbria, che ha portato alle dimissioni della Marini a quello delle intercettazioni sulle nomine dei magistrati, che vede coinvolti Lotti e Ferri, per non dire della recente lettera che numerosi iscritti in Basilicata, anche con ruoli pubblici, han scritto a Zingaretti lamentando lo stato del partito dominato dalle congreghe, stanno emergendo finora situazioni che richiedono scelte che inevitabilmente andranno a toccare persone ed equilibri consolidati (con tutto quello che potrà significare). Le elezioni regionali in Emilia Romagna nel prossimo autunno, sulle quali la Lega punta in modo particolare, saranno probabilmente la “cartina al tornasole” delle prospettive politiche del partito, dando probabilmente persa l'Umbria (ahimè) e quasi certamente la Calabria. Forse la richiesta di autonomia regionale chiesta da Bonaccini, diversa da quella di Fontana e Zaia e che andrebbe promossa come modello, potrebbe costituire quel “di più” in grado di ri-orientare il voto verso l'attuale maggioranza di centro-sinistra. Piuttosto, poiché l'incertezza politica potrebbe sfociare anche in elezioni anticipate, bisogna farsi trovare pronti, con un programma condiviso ed incisivo (possibilmente senza polemici distinguo), coinvolgendo seriamente la base (i circoli, i non iscritti, i simpatizzanti...). Lo stato del M5S. La data del 20 luglio è segnata in rosso per Giggino Di Maio perchè si chiuderà la “finestra” temporale per andare alla crisi di Governo e quindi al voto anticipato (Mattarella permettendo). Con lo scandalo dei soldi russi in corso Salvini probabilmente ha molto meno intenzione di andare alle urne perchè sarebbe rischioso, pur se i sondaggi sembrano ancora premiarlo per le sue posizioni sull'immigrazione. Ma quanto durerà questa luna di miele con l'elettorato se dovessero uscire nuove ulteriori notizie sui rapporti tra la Lega e Putin? Gli stessi sondaggi sembrano invece confermare la caduta libera il Movimento, che tra l'altro continua a perdere parlamentari, stanchi non solo di essere la stampella della Lega, ma anche del rapporto, assolutamente vitale invece per il Movimento senza il quale non esisterebbe, con la piattaforma Rousseau, pagata mensilmente con quota fissa dai loro stipendi (quindi con denaro pubblico), di cui lamentano l'impenetrabilità e la gestione piuttosto misteriosa..Ai grillini non rimane ormai che giocare la carta della riduzione dei parlamentari e quindi del risparmio per lo Stato, puntando su un “election day” nella prossima primavera, mettendo insieme le Politiche, che evidentemente anch'essi ritengono inevitabili, ed il referendum popolare (trattandosi di un tema attinente alla Costituzione) che dovrà sancire o meno la riforma suddetta, puntando sulla “sensibilità” dell'elettorato ad un tema del genere. A quel punto, come molti danno già per scontato, ci sarà la rimozione di Di Maio da capo politico a favore o di Di Battista o di Fico. Riguardo poi il taglio dei parlamentari, il cui numero non è frutto di “ingordigia politica”, come Giggino ha detto recentemente nei tg quanto di una scelta dei Padri Costituenti, si deve sottolineare che se al contempo non si rivedono i collegi elettorali, ampliandoli, potranno esserci distorsioni nell'assegnazione dei seggi. Per quanto Berlusconi non abbia alcune attendibilità nel parlare di leggi elettorali, avendo preteso di modificare nel 2005 in corso d'opera e col solo appoggio della sua maggioranza l'allora vigente Mattarellum per il più “conveniente” Porcellum (al fine di non perdere quelle elezioni che poi videro per un soffio la vittoria di Prodi), non si deve sottovalutare la sua considerazione sul fatto che il taglio dei parlamentari a collegi immodificati tornerebbe in molti casi a solo vantaggio dei candidati della maggioranza di governo (per la conquista dei seggi). Su questo tema anche il pd deve e dovrà dare battaglia, magari proponendo un ritorno definitivo al Mattarellum, inviso ai Pentastellati, che non si alleano con nessuno, ma stavolta forse più gradito al centrodestra (Salvini compreso); certo che l'attuale sistema proporzionale ha prodotto il governo in carica: può bastare questo per superarlo definitivamente! Gianni Amendola

mercoledì 10 luglio 2019

Partecipa al sondaggio : "La questione ambientale ad Asti"

Grazie all’attività di tanti giovani, finalmente la questione ambientale sta ritornando di grande attualità tra la gente. La politica, invece, sembra non aver ancora ben compreso che , avanti di questo passo lasceremo alle prossime generazioni un pianeta invivibile. Nelle Agende delle amministrazioni locali, salvo rare eccezioni, la questione ambientale è relegata agli ultimi posti, nonostante le rilevazioni della qualità di aria, acqua ecc. rimandino dati preoccupanti. Nella nostra città il problema più urgente è indubbiamente quello legato alla qualità dell’aria; traffico, smog da riscaldamento, conformazione geografica relegano Asti costantemente ai primi posti in Piemonte per superamento dei limiti di ozono e PM10. Come Partito Democratico Astigiano sentiamo il dovere di dare il nostro contributo per invertire la situazione; non si può restare inermi di fronte ad una tale situazione che non potrà non avere ripercussioni sulla salute della gente. Per questo abbiamo deciso di partire con un grande sondaggio che ci aiuterà a capire la reale percezione degli astigiani sulla questione ambientale. Per partecipare è sufficiente cliccare su link seguente indagine sull'ambiente , oppure recarsi alla sede di C.so Casale, nei giorni di apertura, inoltre sabato 20 luglio dalle h 10,30 alle h 12,30 sarà allestito un banchetto in zona Portici Anfossi dove sarà possibile compilare il questionario. La consultazione avrà termine il 30 di settembre. I risultato del sondaggio verranno messi a disposizione della collettività, e utilizzati come base per una conferenza sull’Ambiente che speriamo di poter organizzare entro fine 2019, con tutte le associazioni che si occupano a vario titolo di ambiente per elaborare insieme una serie di proposte concrete.
Il Segretario cittadino PD di Asti,
Mario Mortara.