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Oltre tre milioni di persone riceveranno per la prima volta la quattordicesima

Caporalato, Martina: mai più schiavi nei campi

Diritti dei lavoratori e difesa del reddito degli agricoltori per noi sono parte della stessa battaglia

#SalernoReggioCalabria

Una promessa mantenuta con i cittadini

Il Governo e il PD contro la povertà

Soldi investiti e non parole!

sabato 15 settembre 2018

PER L'ITALIA CHE NON HA PAURA







DOMENICA 30 SETTEMBRE, ore 14
ROMA, Piazza del Popolo


Scendiamo in piazza per costruire un’alternativa alla politica dell’odio, del declino, dell’isolamento e della paura. Scendiamo in piazza perché tante persone vogliono un Paese diverso: più giusto, più forte, più solidale, aperto al mondo e al futuro. Le paure e le preoccupazioni che hanno i cittadini vanno riconosciute e possono essere superate soltanto insieme; soltanto unendo le forze perché nessuno si senta solo. Scendiamo in piazza perché costruire questa alternativa democratica è il nostro impegno.

Vogliamo riorganizzare il campo delle forze progressiste, un progetto ampio, aperto a tutti i cittadini, le organizzazioni, le realtà sociali che credono nei valori dell’uguaglianza, della solidarietà, della multiculturalità, della scienza e di una crescita più giusta in coerenza con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Per questo dobbiamo ricostruire un progetto capace di animare le intelligenze, i sogni, le passioni, la fiducia nel futuro soprattutto dei giovani, delle ragazze e dei ragazzi che devono essere i protagonisti dei prossimi anni.

Ogni giorno che passa diventano sempre più evidenti i pericoli del governo giallo-verde, alla cui inaffidabilità gli italiani rischiano di pagare un prezzo molto alto.

Un “prezzo” economico perché le fatiche e i sacrifici di cittadini, famiglie e imprese sono messi a rischio dall’irresponsabilità di un esecutivo ideologico, nemico degli investimenti e dello sviluppo, piegato agli interessi di chi vuole un paese più debole ed esposto all’instabilità finanziaria.

Un “prezzo” sociale e culturale perché le politiche di questo Governo rischiano di alimentare divisioni e rancore nelle nostre comunità, a partire da chi è in difficoltà.

Dietro la propaganda e il clamore sui social, oltre lo sdoganamento del razzismo, le scelte di fondo di questo Governo portano a un impoverimento dei ceti medi e a un arricchimento di chi ha già di più, come accadrà con la flat tax.

La scuola ricomincia nel caos “vaccini” creando inquietudine nelle famiglie, in particolare quelle con bambini immunodepressi: siamo al fianco delle famiglie, degli insegnanti, dei presidi, dei medici e ribadiamo che sulla salute dei più piccoli non si scherza. Noi crediamo nella scienza e nel lavoro di medici e ricercatori, mentre il Governo asseconda fanatismi medioevali. Nello stesso tempo, ribadiamo l’urgenza di un rinnovato impegno educativo contro l’intolleranza proprio a partire dalle scuole.

In politica estera questo Governo simpatizza con Orban, Putin, Trump e con i nazionalisti di ogni provenienza e sceglie apertamente la linea della distruzione dell’Unione europea. Una scelta che rischia di indebolire drammaticamente il nostro paese perché gli interessi di tutti gli italiani, oggi e in futuro, si possono proteggere e promuovere soltanto dentro il progetto comunitario.

Lavoriamo per un’Europa che assicuri diritti comuni inviolabili: diritto al lavoro e a un reddito che consenta di vivere, diritto all’assistenza sanitaria, diritto all’istruzione e alla formazione, diritto alla sicurezza, diritto a respirare un’aria più pulita e mangiare un cibo più sano. Oltre l’ideologia dell’austerità che tanto male ha fatto in questi anni.

Noi non dimentichiamo che proprio l’Europa è nata per garantire pace e giustizia e fino a qui ha consentito a milioni di persone di vivere senza guerre e conflitti. Lo dobbiamo ricordare a maggior ragione ora, guardando anche ai conflitti aperti nel Mediterraneo a cominciare dalla preoccupante situazione in Libia.

L’Italia deve guidare il cambiamento europeo al pari degli altri grandi paesi fondatori, non può ridursi ad essere il teatro delle scorribande di altre potenze globali che hanno interesse a indebolire l’Europa.

L’Italia deve costruire una prospettiva di equità, di giustizia e di solidarietà, oltre le paure e il rancore.

Per queste ragioni diamo appuntamento a tutti coloro che credono in un Paese diverso per Domenica 30 settembre alle ore 14 a Roma a Piazza del Popolo.

Sarà il primo passo di una stagione di partecipazione e d’impegno. Con il PD e tanti altri. Per l’Italia, per il nostro futuro.

L'OSSERVATORIO SALUTA



Cari amici e compagni,
prima di spedirvi l'ultimo Osservatorio (ma qualcuno mi ha già chiesto di proseguire ad inviarlo anche se lontano da Asti) voglio rivolgervi un saluto, in quanto appunto tornerò nel Lazio, essendo ormai in pensione. Ringrazio in particolare coloro che hanno dimostrato stima (ricambiata) nei miei confronti; ho pensato di portare un contributo, come altri, ad un partito che aveva acceso molte speranze ed invece, sia a livello locale sia nazionale, pur con qualche segno di risveglio, sta pericolosamente rischiando di implodere. C'è bisogno di un Pd “nuovo” che torni a parlare il linguaggio della “sinistra”, che vuol dire lavoro, uguaglianza, solidarietà, pari opportunità, diritti e legalità e oggi direi anche difesa della Costituzione, delle Sue prerogative e garanzie, nonchè del Parlamento, perchè torni ad essere un luogo di vero dibattito, non pre-costituito, con persone elette dalla gente del collegio di provenienza, non più nominate a “tavolino”...
Sicuramente non mancheranno occasioni per rivederci.
Un abbraccio a tutti.

Gianni Amendola


L'OSSERVATORIO “SALUTA”.

E' indubbio che il consenso che sostiene l'attuale governo rimanga assai elevato, a mio avviso principalmente per due motivi: il primo, piace la linea dura incarnata da Salvini sui migranti e contro l'Europa “menefreghista” (ben oltre il 50% degli Italiani, secondo un recente sondaggio, è d'accordo sulla chiusura dei porti), il secondo è la condivisione di quell'atteggiamento, supportato da un apparato comunicativo imponente e persuasivo, da “arrivano i nostri” dei Cinquestelle, percepito finalmente in grado di far giustizia dei ladroni di Stato, dei privilegi dei politici e dei cosiddetti “poteri forti”. Saranno i prossimi mesi a stabilire la durata di questo Esecutivo, quando necessariamente si dovrà varare la Legge di Bilancio e verranno al pettine, leggasi compatibilità di spesa, tutte le proposte fatte in campagna elettorale, dalla flat tax al reddito di cittadinanza. C'è un punto decisivo però: Salvini può far saltare il banco quando vuole (e le attuali inchieste della Magistratura, dal sequestro dei migranti sulla Diciotti ai milioni “scomparsi” della Lega, gli offriranno sicuramente il destro), andando all'incasso di un consenso personale crescente, Giggino Di Maio no, perchè la caduta di questo Governo avrà come conseguenza la fine del suo ruolo, sia se si andrà alle elezioni anticipate (magari in concomitanza con le Europee), sia se con l'attuale Parlamento (che però ha rapporti di forza ormai superati, secondo i sondaggi, rispetto al “4 marzo” scorso) i Cinquestelle, in quanto primo partito, riceveranno l'incarico di formare un nuovo Esecutivo (in tal caso ci sarebbe Fico che esprime tutt'altra politica). Staremo a vedere; c'è da dire comunque che il “Movimento” ha una linea ondivaga, dai vaccini all' “Europa” (il voto contro Orban è stato solo un pretesto per distinguersi da Salvini che li sta in parte oscurando), ma sa sfruttare sapientemente la “rete”. Poco o nulla importa infatti ai suoi “followers” che ad esempio Rocco Casalino, vero stratega della loro comunicazione, durante la Messa per le vittime del crollo del ponte Morandi, invece di seguire con rispetto la celebrazione, che non era (non è) una manifestazione di piazza ma di fede (per chi crede, ma come tale doverosamente da non utilizzare per altre cose) si sia messo a smanettare sul suo cellulare, voglioso di far sapere in tempo reale degli applausi con cui erano stati accolti i parlamentari “5 Stelle” e dei fischi che avevano accompagnato l'ingresso in chiesa dei politici pd. Per il rispetto dovuto al dolore dei tanti genovesi presenti quel gesto è stato davvero una volgare pagliacciata; come dire “del loro dolore non m'importa, se non per il fatto che può essere sfruttato per scopi politici” (!!). Qualcuno dei sostenitori dei Pentastellati ha detto qualcosa su ciò?...Quando un partito nasce “on line” l'informazione istantanea serve a mantenere ed a creare altro consenso ed ogni “momento e modo son quelli giusti”, per usare uno slogan pubblicitario. Ciò che conta per la Casaleggio Associati (a proposito, ma come si finanzia? Solo con i 300 E che ogni parlamentare grillino è “obbligato” a versare, dimenticando che le paghe degli Onorevoli e dei Senatori sono denaro pubblico?) e la sua comunicazione è che si trovi un nemico, un qualcuno o un qualcosa (un gruppo imprenditoriale, un'azienda, un partito..) da indicare quale causa di un problema, specie se và a toccare l'emotività della gente. Il crollo del ponte è l'emblema di quanto affermo; è ovvio che la responsabilità sia di coloro che avrebbero dovuto provvedere alla manutenzione, ma prendersela con la Soc. Autostrade e con i Benetton, ricordando che furono i precedenti governi a concedere loro la gestione (ma nel 2008, governo Berlusconi, il Pd si oppose, mentre Salvini e la Lega dissero sì..), ha voluto significare, nell'ottica pentastellata, una chiamata di correità di tutta la classe politica precedente, quasi che del crollo dovessero portarne personale colpa Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, al fine di presentarsi loro immacolati al cospetto degli elettori (cioè la “gente”), pronti a prendersela però coi poteri forti qualora la Soc. Autostrade (difesa dalla Lega e da Salvini a tutt'oggi) non dovesse ricevere quelle sanzioni auspicate da Di Maio e co., prima ancora che la Magistratura, si badi bene, abbia espresso le sue sentenze, quasi che i grillini si ritenessero depositari di un potere giudiziario “a parte”, in nome della rete. Le responsabilità sono sempre personali e l'indagine sta facendo emergere una catena di superficialità, di sottovalutazioni dei vari livelli tecnici chiamati a valutare la stabilità del ponte stesso, tra i quali diversi tecnici del ministero. Emerge dunque complessivamente da questa vicenda, da parte dell'attuale classe dirigente, quasi come una cartina di tornasole, tutta una concezione della politica, della ricerca del consenso, che lede non solo i capisaldi costituzionali, che vogliono un rispetto ed un equilibrio dei Poteri, ma anche il ruolo stesso delle Istituzioni che si vorrebbero servili alla maggioranza (chiedere al riguardo al presidente della Liguria Toti ed al Sindaco di Genova Bucci), a partire dal Parlamento ridotto ad un gruppo di persone che leggono prima le notizie sui blog dei leaders e poi votano le fiducie (è storia vecchia ma ancora attualissima)...Qui infatti si occupa lo Stato (“chi vince fa quel che gli pare e non sopporta organi di controllo”), si costringono alle dimissioni chi rappresenta istituzioni di garanzia, quindi sganciate dai governi (vedasi il caso Nava), si offendono i Magistrati e on line si insulta (Mattarella compreso) chiunque non si esprima secondo i canoni e i desiderata della maggioranza. Ecco perchè è necessario ri-creare un'opposizione seria nel Paese e questo non può farlo che il Pd, a condizione, e qui sta il dramma, che prenda consapevolezza di essere minoranza e dunque della necessità di un profondo capovolgimento delle politiche fin qui sostenute (che pure qualche risultato lo han dato) e della classe dirigente “interna”. La speranza che il Pd torni ad essere forte riferimento politico-sociale è l'ultima a morire, ma ad oggi è richiesta davvero una grande fede!

                               Gianni Amendola

domenica 2 settembre 2018

La volontà non basta ad ultimare l'autostrada At-Cn


mercoledì 11 luglio 2018

AGRICOLTURA e AGROINDUSTRIA



In questa tavola rotonda abbiamo incontrato gli addetti ai lavori del mondo dell'Agricoltura astigiana, in particolare giovani aziende innovative, la domanda che ci siamo posti è: quale futuro e lavoro può dare l'agricoltura nel nostro territorio oggi?

Lo scenario di questo incontro è suggestivo: La Chiesa del Gesù, dentro il Michelerio, in Corso Alfieri; un luogo nascosto e sconosciuto nel cuore di Asti. Il padrone di casa, il Prof. Gianfranco Miroglio presidente del Parco paleontologico astigiano ci ha illustrato il progetto che porterà a fondere la bellezza di questo luogo con quella dei fossili marini delle colline astigiane. "La produzione vinicola migliore - dice Miroglio - si ha nelle zone con maggiori fossili, e questo non è un caso". Anche questo aspetto fa parte di un progetto futuro legato a ricerca, turismo e agricoltura.

Dicevamo: “quale futuro per i giovani che operano nell'agricoltura, e c'è speranza di lavoro nel settore?”
Sono venuti a rispondere a questo quesito apportando spunti interessanti diversi imprenditori, in qualche modo innovatori nel loro settore, tra gli altri:
    Monica Monticone, Cascina Rey, Asti (AT) produce vino
    Domenico Viarengo di Cascina Boba (Corso Alba) che alleva vitelli allo stato brado e ne commercia carne anche al minuto.
    Micaela Soldano di Villafranca d'Asti ha lasciato il lavoro in banca per produrre zafferano (Il filo rosso)
    Luca Roffinella, Azienda Agricola Massarone di Montafia, produce ortaggi (famose le sue zucche) e che si occupa di didattica e formazione, conduce corsi sulla potatura e sull'orticoltura.

Tutti animati da una grande passione, in problema più sentito è l'eccesso di burocrazia che frena la crescita e soprattutto la difficoltà di assumere dipendenti in un meccanismo costoso e trooppo impegnativo per le piccole strutture.

Giorgio FERRERO, il nostro Assessore all'Agricoltura in Regione Piemonte,  sempre attento a cogliere segnali così importanti, spiega il lavoro che sta svolgendo sperando di apportare modifiche a Leggi che riguardano in particolare la sicurezza nel mondo del lavoro. "Alcune norme possono andare bene in aziende di grandi dimensioni. La sicurezza è importante - dice Ferrero -e  vale per una persona come per  200, ma un posto di lavoro è anche un'opportunità, e certe misure dovrebbero essere meno drastiche e più graduali per favorire e non frenare la nascita di nuovi posti di lavoro nel settore".

Qualcuno propone come modello di una nuova agricoltura le Langhe dove allo sviluppo enologico si è affiancata la costruzione di un'estetica del territorio. Il Prof. VINCENZO GERBI dell'Università di Torino fa notare che il Barolo nasce 170 anni fa  da ricerca e innovazione, per mano di un gruppo di imprenditori tra i quali c'era Cavour: "la ricerca di un prodotto unico e di qualità superiore sarà uno dei fattori di successo dell'agricoltura astigiana e piemontese".

La professoressa  Clara CEPPA, docente presso il corso in Design e Comunicazione Visiva Politecnico di Torino, ci ha parlato del lavoro di marketing e di immagine del prodotto e della confezione (packaging, come si dice oggi), fondamentale per entrare in un mercato dove è facile rimanere anonimi.

L'augurio finale di Giorgio FERRERO che l'incontro di questa sera abbia un seguito professionale con la collaborazione e lo scambio di idee fra i partecipanti.


Ringraziamo per i loro interventi:

  • Giorgio FERRERO (Assessore Agricoltura Regione Piemonte)
  • Gianfranco Miroglio presidente del Parco paleontologico astigiano
  • Prof. VINCENZO GERBI Università di Torino Scienze Agrarie l’innovazione dei processi di    vinificazione.
  • Prof. Clara CEPPA docente presso il corso in Design e Comunicazione Visiva Politecnico di Torino
  • Alessandro DURANDO Presidente CIA Asti
  • Francesco SCALFARI di UNI-ASTISS
  • Enrico ERCOLE Università di Alessandria
  • Pier Ottavio Daniele (Giornalista e scrittore)


e la partecipazione di iscritti, simpatizzanti e amici:

  • Piero GRAZIANO
  • Rita Bianchini
  • Arch. Alberto Ghigo
  • Piero VERCELLI
  • Gianni BOSSO
  • Ing. Alberto VOGLINO
  • Avv. Fausto FOGLIATI
  • Alessandro GABUTTO (Sindaco di Quaranti)
  • Angelo LANO
  • Barbara BAINO (Sindaco di MONGARDINO)
  • Avv. Elena GRASSI
  • Donato PAFUNDI
  • Gianluca FORNO (Sindaco di Baldichieri)
  • Andrea GAMBA (Sindaco di S.Martino Alfieri e dal 2008 Collaboratore - Ricercatore INEA – Istituto Nazionale di Economia Agraria sede per il Piemonte)
  • Giovanni PENSABENE

Mario MORTARA

Coordinatore

Osservatorio luglio 2018



L’OSSERVATORIO (6/7/2018).

Che sarà del Pd.

Vedremo cosa uscirà dall’Assemblea Nazionale domani, in cui verrà eletto “pro tempore” Maurizio Martina, sperando che non ci si spacchi sulla data del Congresso; quel che è certo è che in prospettiva la candidatura di Zingaretti alla Segreteria sta già, se non proprio allarmando, certamente mettendo una certa inquietudine in ampie zone del partito, in quanto “Montalbano’s brother” è figura autorevole, in grado di traghettare il Pd (perlomeno c’è da sperarlo) fuori dalle attuali secche, sicuramente non in modo “tranchant”, ma con mano ferma e senza fare sconti a nessuno, com’è giusto che sia! Si impegnerà non a dividere il partito, ma ad unirlo attorno ad un progetto di centrosinistra “largo” (alla base della sua vittoria nel Lazio) cui tutti saran chiamati a contribuire, pur significando questo il netto superamento di una visione “autoreferenziale” e della logica dell’ “uomo solo” al comando. Con l’imminenza delle elezioni europee, che potrebbero ahimè sancire drammaticamente la fine dell’odierno assetto politico del nostro Continente, si può ben comprendere l’allarme di alcuni che vedono in una nuova leadership del Pd il rischio di uno scompaginamento degli attuali quadri dirigenziali ed equilibri, oltre che dei criteri per le candidature (cosa evidentemente di non poco conto!). Ritorna dunque il “solito”, ma purtroppo ancora valido, discorso sul “passo indietro” che ad oggi tanti non han fatto (né sembrano intenzionati a fare), ma che viene imposto oggettivamente dalla realtà (e che realtà: una serie di sonore sconfitte elettorali!). Il passo indietro, si badi bene, non vuol dire la condanna o il gettare la croce addosso ad una o più persone, quanto invece la consapevolezza di poter giocare una nuova partita (la rinascita del Pd) da una posizione diversa; in altri termini contribuire al suo rinnovamento sì con le proprie idee, ma all’interno di un confronto sereno, maturo e forte che deve farsi sintesi e avere come fine la crescita di tutto il Partito democratico, non certo la visibilità di qualcuno o di un gruppo. Perché se si continua a ragionare su come “riprendersi il partito”, magari tramite “interposta fedelissima persona” (non mi riferisco a Delrio ammesso che davvero si candidi), vuol dire voler riaprire una stagione di tensioni interne, col ricordo di una maggioranza che “poteva permettersi di sfottere” la minoranza (ricordiamo tutti il “Fassina chi?” o il famoso “Ciaone”..). Se infatti quegli atteggiamenti, che non sono nati da un cattivo carattere quanto da una concezione quasi assoluta del proprio ruolo e del proprio potere, non verranno riconosciuti ed emendati seriamente vorrà dire immolarsi ad una idea un po’ vendicativa e prepotente dei rapporti interni e della politica, con inevitabili drammatiche conseguenze che stiamo già pagando. L’unica cautela che la candidatura di Zingaretti impone è il suo eventuale “doppio ruolo” di Presidente della Regione Lazio (dove ricordiamo non ha la maggioranza in Consiglio) e quello appunto di possibile Segretario del partito; è ovvio che ogni eventuale difficoltà nella guida della sua Regione non potrà non ricadere in qualche modo sul suo ruolo di leader del Pd, a “beneficio” degli avversari politici esterni e (ahimè) anche “interni”, cosa di cui peraltro è del tutto consapevole! Maurizio Martina è certamente persona per bene, seria, preparata, ma “soffre” per il fatto di essere da un lato appoggiato proprio da quell’attuale gruppo dirigente del partito che all’inizio lo ha osteggiato (ora invece lo sosterrebbe forse perché credono sia più “controllabile” di Zingaretti), dall’altro, forse proprio per i motivi appena detti, non sembra avere convintissimo gradimento dalla minoranza, che pure non lo ostacola. Ecco perché, pur riconoscendo a Nicola Zingaretti e a Maurizio Martina i loro rispettivi meriti conquistati sul campo, ritengo che una persona come Fabrizio Barca possa essere presa in considerazione, un candidato di rango, autorevole e capace in quanto non avrebbe altri condizionamenti di sorta, oltre che per la sua “alterità” rispetto alle logiche interne, tuttora saldamente radicate nel partito; mi rendo pienamente conto che per molti trattasi di un’ipotesi stravagante, quasi una voce isolata, fomulata peraltro da chi scrive che notoriamente conta poco o nulla… La sua candidatura potrà nascere solo da una forte spinta dalla società civile (per ora non credo proprio dall’interno del partito), da quel mondo cioè da sempre “orientato” a sinistra, e da figure di esso rappresentative, dall’economia, dal sindacato, dalla cultura, dall’università e dalla ricerca, dal giornalismo…Io spero solo come tutti noi in definitiva che il Pd non arrivi all’irrilevanza, perdendo ulteriormente quote sensibili di elettorato, per il rifiuto di capire che una stagione si è chiusa e che ciò significa sì cambio di persone, ma soprattutto di idee e di comportamenti, altrimenti le Europee del 2019 saranno il nostro definitivo “de profundis”!

Il dominio della rete.

Nel popolo italiano, secondo una recente indagine ISTAT, sta crescendo una quota consistente di rancore sociale, di individualismo, pur se vi sono tuttora esempi di non comune e silenziosa carità verso il prossimo; la rete, i social network sono lo specchio di questo cambiamento. Lo si vede quotidianamente: è bastato che pochi giorni fa il campione di pallavolo naturalizzato italiano (quindi “italiano”) Ivan Zaytsev postasse su Facebook la notizia dell’ avvenuta vaccinazione della figlia per essere coperto di improperi da parte dei “no vax”. Si insulta quindi, coperti vigliaccamente dall’anonimato, per il semplice fatto che qualcuno vuole esprimere liberamente un’idea differente da quella di coloro che si ritengono maggioranza e detentori di verità; siamo ormai ad una forma di nazismo “on line”, dove la caccia “al diverso” (di pensiero, di cultura, di opinione politica…) è aperta ogni volta che viene manifestato un ragionamento difforme dal proprio! Lo si è visto anche per il ricovero e conseguente intervento chirurgico di Giorgio Napolitano, con gli auspici persino “di morte”, solo perché per tanti l’ex Presidente rappresentava il Potere, la casta, colui (del Pd) che avrebbe necessariamente difeso interessi inconfessabili. Per non parlare ancora degli insulti verso monsignor Bettazzi, Vescovo Emerito di Ivrea, ex Presidente di Pax Christi, da sempre fautore del dialogo tra Chiesa e Mondo del Lavoro (all’epoca di Berlinguer anche direttamente col PCI), per aver preso posizione chiara sul problema dei migranti, evidentemente interpretata dai tanti fondamentalisti della Rete come un attacco al Governo! Tutto ciò sta verificandosi quasi si volesse arrivare ad una sorta di pensiero unico, per cui non è più tollerabile un’opinione contraria! Questo malanimo, questa cattiveria, questo livore emergente, uniti alla diffusione spesso “colpevole”, o per meglio dire “interessata”, di notizie false, le vere e proprie bufale (cliccare su una “fake new” vuol dire aumento di introiti pubblicitari per chi le diffonde, se lo fanno in tanti), stanno creando un humus “culturale” (o sub-culturale”) per cui chiunque può pontificare su tutto, può deridere l’altro anche su argomenti di non propria specifica competenza (i vaccini per esempio), come se il sapere, la conoscenza, la competenza siano espressione di “casta”, di “potere” usate contro la gente comune… Si comprende allora perché un partito come i Cinquestelle sia arrivato ad oltre il 30%; certamente grazie anche ad una politica che spesso non ha risolto i problemi e che è sembrata luogo per privilegi personali; ma direi soprattutto per il diffondersi della Rete come pratica dell’offesa pesante, dell’accettazione acritica di notizie senza necessarie verifiche, senza mai un confronto o il benchè minimo dubbio circa la validità delle proprie convinzioni, come se tutto ciò che viene propalato “viralmente sul web” abbia una sua sacralità e intangibilità a prescindere. In questo contesto il Movimento ha dunque pescato e creato la sua base elettorale; come se avesse detto ad ogni frequentatore dei social “portiamo noi la tua rabbia, il tuo rancore in Parlamento, quasi ci fossi tu stesso seduto su quei banchi a dire le cose che scrivi”. Si comprende allora come per la sinistra, di fronte all’emergere ed al radicarsi di questa nuova forma di comunicazione ed informazione, la riconquista di una nuova centralità politica sia compito improbo, perché il terreno al momento non è per niente idoneo per chi vuole usare la ragionevolezza, l’argomentare competente pacato ma deciso (cose che peraltro la sinistra non ha sempre saputo fare, dando immagine di un’autosufficienza che non ha comunicato al “cuore” della gente) nello spiegare i propri convincimenti e valori. Questa però è la sfida di oggi e se la vuole vincere l’unità non fittizia a sinistra, insieme con la consapevolezza degli errori fatti e della necessità “quasi etica” di riallacciare un tessuto sociale così lacerato, possono diventare armi importanti.

Gianni Amendola

martedì 19 giugno 2018

OSSERVATORIO GIUGNO 2018



L’OSSERVATORIO.


Il Governo del cambiamento: sì, ma della Carta Costituzionale.

Il prof. Conte, come si è visto, è persona anche simpatica e spiritosa; del resto trattasi di un docente universitario, abituato quindi ad ascoltare gli studenti; tra l‘altro è giovane, ha tutto insomma per poter avere (all’inizio) un certo gradimento. Accanto a questi aspetti rimane però un senso di indeterminatezza, perché non si comprende ancora quale sia il suo livello di autonomia dagli “sponsor” Di Maio e Salvini che lo han scelto per portare avanti quanto scritto nel famoso “contratto”. Le sue iniziali dimissioni dopo la prima nomina, per il fermo rifiuto del Capo dello Stato sul nome del prof. Savona all’Economia, sono state il segnale di una mancanza di autorevolezza, che solo in parte può essere giustificata dalla inesperienza politica. In quanto “uomo di Legge” non poteva non sapere che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica il compito di scegliere, in accordo col Premier stesso, i ministri; per qual motivo allora non è riuscito a depennare il nome di Savona da quell’elenco? Non aveva forse tutti i crismi per poter spiegare a Salvini (e Di Maio) che quell’impuntatura rischiava di far morire il Governo ancor prima di nascere? Perché non aveva (è proprio il caso di dirlo) un “piano B”? Dato comunque che il Governo è poi nato senza Savona all’Economia vuol dire che la cosa era fattibile sin da subito; solo, e questo è il punto, si è voluto dare il segnale che è il capo della Lega a dare le carte, più del sorridente Di Maio, e che se l’Esecutivo ha preso il via lo si deve alla “malleabilità” finale di Salvini, non certo alle capacità di mediazione di Conte. Inoltre se è comprensibile che nel discorso programmatico di un Primo Ministro non si entri mai in modo dettagliato nell’analisi dei costi e delle coperture di leggi e riforme, è altrettanto vero che, specie alla Camera, di fronte a precise domande dell’opposizione, è rimasto sulle generali, rimandando alla lettura del suddetto contratto. Sarà questa eventuale capacità di sganciarsi dai 2 vice-presidenti il metro col quale verrà misurata la sua azione di Premier; lo si sta vedendo proprio in questi giorni con lo strabordare di Salvini, a proposito dei migranti sulla nave Acquarius, il quale ha imposto la chiusura dei porti (ma non spettava a lui bensì al ministro delle Infrastrutture o al Primo Ministro stesso) ed ha interloquito direttamente col governo maltese, nemmeno fosse il ministro degli Esteri! Dov’era il nostro Presidente del Consiglio? In tal modo egli rischia di essere solo la faccia presentabile, “culturalmente” spendibile, dei sottoscrittori del contratto, rispetto ai quali avrà la sua credibilità di docente universitario, oltre ad uno stile personale che pare sobrio, misurato, lontano dai toni roboanti del leader leghista e dalle affermazioni “uso social” di Di Maio, pur se pronunciate con l’ineffabile ed immancabile sorriso televisivo. Ora è tornato dal G-7: vedremo con quali risultati e con quale credibilità per il Governo e per il Paese. Intanto Salvini e il capo dei Pentastellati proseguono la loro campagna elettorale, a caccia di voti dunque, al punto da aver disertato lo scambio di consegne con i ministri predecessori (chiedere notizie a Calenda); d’altro canto giugno è mese di amministrative e sulla scia del Governo appena nato, accompagnato dalla falsa retorica del cambiamento, mirano ad incrementare il loro fresco bottino elettorale (finora favorevole solo alla Lega)…In questa logica rientra l’incontro avuto da Di Maio con la Confcommercio, con notevole successo a quanto pare; perché quando fai un discorso sul fisco facendo capire che la categoria non verrà presa di mira più di altre e dici di togliere studi di settore, spesometro e quant’altro, misure già peraltro in “disuso” da tempo, è normale entrare in immediata sintonia. Resterebbe da capire cosa avrebbe detto Di Maio se, prima dei Commercianti, avesse incontrato rappresentanti del Pubblico Impiego, comunque una vasta platea di lavoratori dipendenti, sottolineandone il carico fiscale che grava su di loro in quanto a reddito fisso, promettendo magari una più equa redistribuzione delle tasse, colpendo gli evasori che si annidano tra gli autonomi!! Probabilmente (alla Confcommercio) l’avrebbero preso a pernacchie, come si dice dalle sue parti, a Pomigliano d’Arco. Ma tant’è, Giggino ci ha abituati (che sia questo il cambiamento?) ad ogni giravolta, sempre con l’ossessione di piacere a tutti, al fine di lucrarne elettoralmente il beneficio, sempre con l’immancabile sorriso televisivo. Bisognerebbe ricordargli, come già qualche grillino sta facendo dimettendosi da consigliere comunale (a Bologna) per queste ragioni, che Salvini e la Lega non sono candide verginelle politiche; da 20 anni hanno partecipato attivamente a Governi guidati da Berlusconi e oltre ad aver avuto anche una loro banca (Credieuronord), subito fallita (ricordate Fiorani?), han fatto parte della maggioranza “bulgara” (100 deputati in più rispetto all’opposizione) che ha portato l’Italia sull’orlo della bancarotta nel 2011, motivo per cui, dopo che il Parlamento stesso lo aveva sfiduciato, Berlusconi cadde ed arrivò Monti.. Dove sarebbe il cambiamento di cui parla il Movimento, alleandosi con loro? Ma è sulla politica estera che il Governo rischia di giocare una partita pericolosa; c’è un dato ancor poco sottolineato, ma non smentito almeno finora, che cioè la nostra Ministra della Difesa Trenta insegni presso una Università russa. Ora, è assai probabile che per ottenere ivi una cattedra universitaria si debba godere della stima e della fiducia dei vertici di quello Stato; vien da sé che se una Ministra che si occupi di un delicatissimo Dicastero quale la Difesa ha un legame professionale e politico con la Russia questo crei un “vulnus” di non poco conto, il che spiega bene l’apprensione nella NATO. A queste domande il primo ministro Conte deve dare risposte, senza “chiedere permesso a Di Maio e a Casalino”, evitando frasi come quelle pronunciate al G-7 (riportate da importanti quotidiani) davanti ai suoi meravigliati interlocutori: “Scusate, ma io devo parlare solo di ciò che è scritto nel contratto…”! Esiste infine, con il varo di questo Governo, una serissima questione di tipo costituzionale, come già sottolineato nell’Osservatorio precedente; si sta tentando infatti uno strisciante cambio della nostra Carta, soprattutto per ciò attiene alla forma della democrazia (ed alla collocazione internazionale del nostro Paese), in cui il Parlamento avrebbe solo una funzione notarile, non più quindi luogo di dibattito, ma “passacarte” dell’Esecutivo. Oltre alle nomine dei parlamentari fatte direttamente dalle segreterie dei partiti (o, nel caso dei “5 Stelle”, della ristretta cerchia di quelli che contano…gli altri sono anonimi..) si vuole soprattutto la cancellazione della loro libertà “senza vincolo di mandato”, come pure scritto in Costituzione; i parlamentari in sostanza devono essere tutti irregimentati, non fare domande, schiacciare solo i bottoni in Aula secondo l’indicazione dei capi e capetti interni e non rilasciare interviste. Per la verità già ai tempi del Centrodestra c’è stato un andazzo del genere, quando si parlava di “Governi (quindi di leader) eletti dal popolo” in contrapposizione agli altri Poteri dello Stato “non eletti”, quasi a stabilire una nuova gerarchia, e con Il Porcellum, creato non solo per non far vincere il Centrosinistra nel 2006, ma per il controllo che il capo di partito poteva finalmente esercitare sui “suoi”, messi lì (in Parlamento) da lui stesso; oggi la cosa si sta ripetendo, magari in modo più soft, ma non meno pericolosamente. Non sono stati casuali gli attacchi sconsiderati, non solo sui social, al Presidente della Repubblica per il suo “no” al prof. Savona; si vuole infatti da un lato, attraverso la personalizzazione della politica (leaderismo), la delegittimazione del Capo dello Stato, relegandolo ad un ruolo di pura rappresentanza, dall’altro veder garantita l’obbedienza cieca dei propri parlamentari, senza se e senza ma. In altri termini, se per portare avanti un determinato progetto, ad esempio l’uscita dall’Euro o il cambio di collocazione internazionale dell’Italia, la possibile interdizione al riguardo del Presidente della Repubblica può essere ostacolo decisivo, si vuole neutralizzare questo “potere”, contrapponendolo artatamente alla “volontà popolare” che ha eletto un Governo (!!). In definitiva, chi vince le elezioni non deve avere bilanciamenti di sorta né opposizione interna: questo l’obiettivo “di nuovo assetto costituzionale” cui aspirano Salvini e Di Maio! E’ facile immaginare quanto questa retorica, questa distorsione dei ruoli costituzionali possa prender piede in un quadro politico-elettorale così frammentato, incattivito e sostanzialmente “digiuno” di Costituzione (nonostante il tour “coast to coast” di Di Battista prima del 4 dicembre 2016!!!), al punto che non ci dovremmo meravigliare se qualcuno inizi a parlare di Repubblica Presidenziale (se non di “democratura”, magari attraverso un referendum, indetto con l’attuale Governo!). Per non dire in ultimo del progetto della democrazia diretta, portato avanti non da ora dalla Casaleggio Associati (per cui son nati i “5 Stelle”), legata quindi allo sviluppo della piattaforma Rousseau che nel caso di una eventuale fase politica negativa per il Movimento non potrà che subirne contraccolpi, anche e soprattutto sul piano economico; in altri termini, qualora nella prossima legislatura i Pentastellati si trovassero all’opposizione, con il rischio di un loro disfacimento, anche l’azienda Casaleggio subirebbe una botta non indifferente, perché in questa loro ottica è solo il “potere” che può garantire sopravvivenza ed introiti! Tutto ciò allora dovrebbe ri-porre al centro del dibattito la questione delle norme sui partiti (anch’esse in Costituzione), visto il palese conflitto d’interessi in gioco! Ecco perchè ci vorrebbe una vera mobilitazione, una costante attenzione verso le forti contraddizioni dell’attuale maggioranza; ma con un’opposizione al momento solo “numerica”, priva ancora com’è di un progetto alternativo, cosa si può sperare?

La tornata amministrativa.

Prendiamo atto, dall’esame del primo turno di domenica 11/6, che il Pd non è morto e che potrebbe ancora vincere diversi ballottaggi, oltre le vittorie di Brescia e Trapani già conquistate. Certo, il partito arranca pericolosamente in zone dove fino a pochi anni fa si vinceva al I° turno con percentuali tra il 55-60% (in Toscana ad esempio); che diremmo se si perdesse a Siena, a Pisa, a Massa? Il fatto che il Movimento “5 Stelle”, almeno per ora, non sembra aver trovato giovamento dall’essere al Governo, a differenza della Lega, ormai chiaramente prima forza del Centrodestra, non vuol dire che automaticamente quei voti torneranno al Pd. C’è bisogno di una proposta nuova e forte, con una nuova Segreteria che sappia dare un segno di discontinuità vero (che non significa condannare nessuno, ma prendere atto che una stagione è finita) e recuperare tutto quel mondo politico-sociale di riferimento che costituisce un patrimonio di attese, di speranze, voglia di cambiamento di prassi politica. Vincere i ballottaggi sarà importante comunque, ma è la prospettiva del partito che và ridefinita al più presto…Per non morire davvero!...

Gianni Amendola

martedì 5 giugno 2018

I PROBLEMI RESTANO


OSSERVATORIO MAGGIO 2018



L’OSSERVATORIO.

La crisi istituzionale.

Per l’ennesima volta rimetto mano al presente articolo, a motivo dell’estrema variabilità delle situazioni, spesso contraddittorie, circa la soluzione della crisi istituzionale; il panorama della politica ogni giorno ci offre una novità imperscrutabili. Al momento (mattina del 31/5) la situazione è seguente: forse si riapre la possibilità di un governo “giallo-verde” con Conte richiamato nel ruolo di Premier e con lo spostamento del prof. Savona dall’Economia alle Politiche Comunitarie (!!!). Se passasse quest’ultima ipotesi francamente saremmo sconcertati: alla luce dei motivi che han portato il Presidente Mattarella a non firmare la lista dei Ministri precedente, risulterebbe inspiegabile il dirottamento (ma sarà davvero così?) di Savona al suddetto Dicastero….Ci permettiamo comunque, pur a governo non costituito, alcune riflessioni su questa crisi istituzionale senza precedenti in Italia, peraltro latente, insita sin dall’inizio delle trattative per la composizione del nuovo Esecutivo. All’indomani del 4 marzo il Movimento “5 Stelle” aveva parlato di vittoria, di 11.000.000 di voti conseguiti, per cui gli sarebbe spettato l’onere del cosiddetto “Governo di cambiamento”. Luigi Di Maio, che aspirava come non mai alla Presidenza del Consiglio, ha giocato su due tavoli, prima cercando di sganciare la Lega dal Centrodestra, a motivo di Berlusconi, poi, visti inutili i suoi sforzi, cercando di coinvolgere con lo stesso programma il Pd, quasi si trattassero di due entità sovrapponibili (Lega e Pd). In entrambi i casi avrebbe fatto valere il suo 32.7% contro il 17% della Lega ed il 18% dei “dem”, allo scopo di ottenere il premierato. Ma già prima del voto del 4 marzo Giggino aveva avuto un atteggiamento sul filo della scorrettezza costituzionale, presentando al Quirinale la lista dei suoi ministri (tra i quali Conte), e questo è stato il primo sgarbo costituzionale. Col “no” del Pd, al fine di sbloccare l’impasse che si era creato, la sua formale rinuncia (“mi faccio da parte” disse) rispetto al ruolo di Premier ha permesso lo sganciamento di Salvini da Berlusconi, dando vita alla costruzione del programma di governo (cioè del contratto); entrambi avranno certamente parlato tra loro, nonostante le affermazioni televisive a beneficio dei gonzi (“stiamo discutendo solo dei contenuti”), anche dei posti ministeriali da suddividersi. Hanno dunque indicato, dopo un parto lungo e faticoso, non una rosa di nomi come ci si aspettava, tra i quali il Capo dello Stato avrebbe fatto la sua scelta, ma un nome “secco”: della serie “o prendi o lasci” (secondo sgarbo istituzionale)! Mattarella, che pure aveva loro concesso tutto il tempo richiesto, si è trovato difronte l’ennesima forzatura, in quanto a norma di Costituzione la scelta del Premier spettava a lui. A quel punto non poteva non scegliere che Giuseppe Conte; ma è stato sull’elenco dei Ministri che la situazione è “inevitabilmente” esplosa, non solo perché la lista era già “bella e fatta” (terzo sgarbo istituzionale), ma anche perché la casella del Ministero dell’Economia portava il solo nome di Savona che aveva parlato, appoggiato (quantomeno non pare averne preso le doverose distanze) il “piano B”, vale a dire la via di uscita dalla moneta unica (c’è stato un meeting nel 2015 presso la Link University Campus di Roma, un’Università privata da cui attinge personalità anche il Movimento, nel quale si era parlato con dovizia di particolari di un possibile ritorno alla lira in un week-end! Come un blitz!). Trattandosi di un punto delicatissimo, che và ad incidere sulla qualità della vita dei cittadini, oltre che degli equilibri politico-economici dell’Unione, Mattarella ha tenuto il punto fino in fondo. Si dirà: perché Salvini non ha proposto Giorgetti? Perché ha cercato e voluto lo scontro istituzionale, drogato dall’idea di un nuovo bagno elettorale, sostenendo in questo, insieme con Giggino, la fola del governo scelto dal popolo per cui nessuno, tanto più se non eletto, può interferire (pur sapendo che non poteva sostenere una cosa del genere)! C’è stato quindi un preciso disegno la cui posta era” il Capo dello Stato”, vale a dire l’unico che per ruolo costituzionale può opporre ostacoli alla logica del “chi vince fà quel che gli pare”, amaro lascito del Ventennio politico appena trascorso! Del resto Salvini lo aveva anticipato testualmente alla Meloni ed a Licia Ronzulli di FI: “Il Governo Conte ha il 50% di possibilità: o mi riconoscono gli Interni , la sottosegreteria alla Presidenza ed il ministero dell’Economia coi nomi da me proposti o cade tutto”! Tale frase si commenta da sé…A coloro che criticano Mattarella per aver ecceduto dai suoi poteri costituzionali và intanto detto che nessuno di costoro (dei critici) ha avuto da ridire circa l’atteggiamento “a-costituzionale” tenuto da Di Maio e Salvini (come sopra ho puntualizzato); non è vero poi che si è voluto colpire il libero pensiero di un cittadino (il prof. Savona) sull’Euro, quasi a prospettare un reato d’opinione compiuto da Mattarella, perché se così fosse il Capo dello Stato avrebbe posto il veto anche su Salvini, le cui posizioni sulla moneta unica e sull’Europa sono note da tempo! C’è ben altro e l’insistenza con la quale il leader leghista ha insistito ed insiste (al momento) sul nome del Professore è perché davvero l’ipotesi di un’uscita dall’Euro era meno campata in aria di quanto si pensasse; quel piano B in realtà poteva diventare “A” (del resto nessuno lo direbbe mai prima): ecco perché durante la campagna elettorale non si è mai affrontato, se non di sfuggita e coi soliti slogan contro la Germania e la Francia, il tema di un’uscita dall’Europa. Del resto, la prima bozza del “contratto” presentata a Mattarella faceva rabbrividire, con quell’assurda richiesta di chiedere alla BCE l’azzeramento del pesante debito italiano, con un programma di Governo che non avrebbe avuto le coperture e che prevedeva l’introduzione di mini-bot.. Cose che non potevano non rappresentare un colpo all’Euro ed all’Europa e che sono state poi cancellate; l’intenzione però era manifesta! Evidentemente, a fronte dell’irrinunciabilità per Salvini (e fino all’altro ieri anche per Di Maio!) dell’inamovibilità del prof. Savona, mettendo insieme quanto ora detto sulla prima bozza programmatica con tutta la procedura “anomala” della formazione della formazione del Governo, offertagli “a scatola chiusa”, Mattarella ha “dovuto” porre un veto, al fine di evitare una deriva istituzionale inarrestabile, richiamandosi agli articoli della Carta Costituzionale. Tutto ciò che ne è conseguito poi è stato uno spettacolo indecente; Di Maio ha lanciato, durante la trasmissione di Fazio, la proposta dell’impeachment, che non aveva alcun fondamento giuridico (ma chi lo consiglia? Il ministro della Giustizia “in pectore” Bonafede davvero non ha avuto solide basi per fermarlo?), ma serviva solo per riprendersi la scena, ormai rubatagli da Salvini, e per “rimotivare” le truppe, che invece a quanto pare, lo hanno un pò “strattonato” nell’incontro di ieri del gruppo del Movimento, salvo tornare “a Canossa” a scusarsi con Mattarella ed avanzargli la proposta del governo politico “senza Savona”, obbligando così Salvini a dover prendere una decisione. L’obiettivo del capo della Lega rimane però il ricorso al voto, al fine di capitalizzare l’onda lunga che potrebbe portarlo al ad oltre il 20%, rimescolando ruoli all’interno del Centrodestra. Del resto lui sà bene che l’eventuale governo coi Cinquestelle non durerà l’intera Legislatura; l’anno prossimo ci saranno le Europee e si ridisegneranno nuovamente i rapporti di forza tra i partiti. Certo è che non vuol esser costretto a tornare dal Centrodestra col “cappello in mano” (cosa che sà di rischiare in caso di fallimento dell’esperienza di Governo con Di Maio)..Vedremo nelle prossime ore cosa accadrà. Il parto di questo governo, se mai ci sarà, ha segnato comunque il Paese; manca una cultura giuridica diffusa (non è che si debba diventare tutti costituzionalisti) per cui “istintivamente” la gente riesca a cogliere le “forzature” e ad aver chiari i “bilanciamenti” che la nostra Carta prevede. Si tira la Costituzione a seconda della convenienza politica e ciò spiega bene le giravolte di Di Maio che il giorno prima lodava la correttezza e l’equilibrio del Capo dello Stato, il giorno dopo, con la rinuncia di Conte ne chiedeva l’impeachment; per non dire delle uscite di Di Battista, quale novello “Ciceruacchio de noantri”, che in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 aveva girato l’Italia in moto parlando, in chiave anti-pd, della bellezza della Costituzione, mentre dopo la mancata firma di Mattarella lo ha “redarguito” per aver ostacolato in tal modo il Governo del cambiamento!!!

Il ruolo del Pd.

Non tornerei più per ora sul fatto di non aver appoggiato, ponendo però in quel mentre precise condizioni politico-programmatiche, il tentativo all’inizio di Di Maio. Il problema è che resta la situazione interna ancora non chiara e non definita (o se vogliamo “troppo chiara” e troppo “definita..). Se si andasse alle urne “a breve” il danno sarebbe pesante, in quanto manca una proposta, un’autocritica sulla debacle elettorale e quindi una “sicura” figura di leader, in grado di traghettare rapidamente il partito al di là della sua perdurante crisi. Il nome di Gentiloni è sicuramente autorevole anche in virtù della sua esperienza di capo di Governo; ma è all’interno del Pd che devono verificarsi i cambiamenti necessari, non solo con la scelta del nuovo Segretario, ma anche con il rinnovamento complessivo degli organi dirigenziali, perché sarebbe inspiegabile, come lo è peraltro, che tutto resti immutato dopo la catastrofe del 4 marzo. Non si tratta di dare la colpa a Renzi, ma un partito, quando consapevole di aver perso le elezioni in quel modo perché non è stato evidentemente in grado di capire e di parlare con quel mondo che pur doveva rappresentare, deve sentire “da dentro”, direi in modo spontaneo, l’esigenza di cambiare modi e linguaggio, senza che ciò voglia dire condanna ed ostracismo verso nessuno. Ecco, manca questo “sentire dall’interno”.. Ciò non è indifferente nella percezione della gente che pure ci guarderebbe con simpatia; bisogna evitare come la peste il voler far credere che “si cambi tutto perché nulla cambi”. Sarebbe irrispettoso verso Gentiloni (se accetterà l’incarico), ma segnerebbe anche la morte definitiva del Pd e, col quadro politico che si sta delineando, anche lo stravolgimento se non la fine della democrazia parlamentare in Italia.

Gianni Amendola

martedì 24 aprile 2018

25 Aprile


25 APRILE 1945, Breve cronaca di quei giorni Memorabili

Aprile 1945, in Europa si combatte ancora su tutti i fronti, ma il Terzo Reich è ormai alle corde. Berlino è quasi accerchiata, stretta dall’avanzamento degli americani, da ovest, e dei sovietici, da est. Hitler è nel suo bunker. Parigi è libera da quasi un anno. In Italia, le truppe alleate avanzano verso nord, lentamente, in parte ancora bloccate sulla Linea Gotica.

In tutto il nord Italia, migliaia di partigiani, in città e sui monti, si stanno preparando all’offensiva finale. Il ventiduenne Italo Calvino, che si fa chiamare Santiago, combatte sulle colline vicino a Imperia, mentre Cesare Pavese si è nascosto nel Monferrato, e aspetta.

Martedì 24 aprile, alle 11 e 50 del mattino

Genova è insorta.

I tedeschi non si sono ancora arresi, anche se quasi tutti i centri di potere sono in mano ai partigiani delle squadre di azione patriottica (Sap) e alla popolazione, che si è unita alla lotta: il carcere di Marassi, il municipio, le centrali telefoniche, la prefettura, le case del fascio, persino la Casa dello studente, sede del comando delle Ss, sono già state prese.

La notizia dell’insurrezione arriva a Milano da una telefonata tra Corrado Franzi Direttore della filale della Banca Commerciale e un suo collega di Genova

Appena Franzi mette giù il telefono manda subito a chiamare Leo Valiani, membro del Partito d’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai). Un’ora dopo, che Genova è insorta lo sanno anche Sandro Pertini, socialista, Emilio Sereni e Luigi Longo, entrambi comunisti. Sono i vertici del Cln Alta Italia.

Mentre i quattro decidono di proclamare lo sciopero generale e l’insurrezione per l’una di pomeriggio del giorno dopo, mercoledì 25 aprile. E’ Sandro Pertini a proclamarlo:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra Fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i Tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire»

In quello stesso momento, a pochi chilometri di distanza una squadra di sappisti della 110^ brigata Garibaldi è già impegnata in uno scontro a fuoco con una pattuglia di repubblichini. L’insurrezione, anche a Milano, è cominciata.

Nelle stesse ore, a La Spezia, le truppe alleate entrano in città.

Intorno alle 7, a Torino comincia a girare un telegramma del Cln che inizia con una frase incomprensibile ai più: «Aldo dice ventisei per uno». È il segnale che in molti aspettavano. Ventisei sta per 26 aprile e una è l’ora decisa per l’inizio dei combattimenti, che però, in molte zone del nord Italia, sono già cominciati spontaneamente.

È arrivata la sera anche a Genova ,c’è un clima irreale, in moltissimi hanno una gran paura, per due ottimi motivi. Il primo è un comunicato del generale Meinhold, comandante delle forze tedesche, che ha minacciato di distruggere la città. Il secondo è una voce che gira parecchio e che attesta la presenza, sulle colline, di più di 60 pezzi di artiglieria pesante in mano ai tedeschi. È tutto vero, i pezzi di artiglieria ci sono, e sono 65, ma fortunatamente Meinhold non arriverà ad usarli.

Anche a Milano, in serata, la tensione è altissima. All’ospedale Niguarda, i partigiani stanno assaltando la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana per fare incetta di armi e munizioni e armare la popolazione. Alla Pirelli gli operai si asserragliano negli stabilimenti e preparano la resistenza del giorno dopo. L’ordine è difendere le fabbriche, a tutti i costi.

A Cuneo si è sparato tutto il giorno e ora, che è arrivata mezzanotte, la città è silenziosa.

Mercoledi 25 Aprile

Alle sei del mattino Leo Valiani ha un appuntamento con Mario Rollier in via Pergolesi. Deve consegnargli gli ordini di insurrezione, in modo che le faccia avere al più presto a Egidio Liberti, comandante delle brigate di Giustizia e libertà. Poco dopo, al numero 82 di viale Monte Nero, anche Lelio Basso e Corrado Bonfantini, del comando generale delle brigate Matteotti, fanno partire l’ordine di insurrezione alle formazioni cittadine.

Alle 8 a Milano In via Copernico, il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia è al gran completo. Devono ratificare tre decreti d’urgenza per assumere i poteri civili e militari, per amministrare la giustizia e per giudicare i gerarchi e i membri del governo fascista: la pena prevista è la morte. Contemporaneamente, lungo viale Campania, una colonna di partigiani e cittadini sta camminando in direzione di piazza Leonardo da Vinci. Sono in 340, in tutto hanno 5 fucili mitragliatori, 17 fucili automatici, 56 pistole e alcune bombe a mano. Nel giro di un’ora avranno occupato la sede del Politecnico.

A Genova, alle 10 meno venti, si arrendono i presidi tedeschi di Voltri e Prà. Poi, intorno alle 10, un gruppo di studenti universitari insieme a una decina di uomini delle Sap attacca l’altura di Granarolo, ancora presidiata dai tedeschi. L’obiettivo è prendere la stazione radio. Nello stesso momento, in un’ambulanza che viaggia a sirene spiegate, c’è un uomo con due lettere in tasca e l’ordine di consegnarle nelle mani del generale Gustav Meinhold. Quell’uomo, che si fa chiamare professor Stefano, è sul serio un professore, ma in realtà si chiama Carmine Romanzi, ha 32 anni, e nel dopoguerra diventerà Magnifico Rettore dell’Università di Genova, in via Balbi. Dentro quelle buste c’è l’ordine di resa per i tedeschi, senza condizioni.

Meinhold all’inizio si rifiuta e rinnova la minaccia di bombardare la città se non sarà concesso ai tedeschi di ritirarsi con le armi. Il professor Stefano non si scompone, lo guarda negli occhi e gli fa presente, con voce calma, che su tutte le vie di fuga dalla città troverà partigiani armati. Se vogliono possono provarci, gli dice, ma sarebbe un bagno di sangue. Il tedesco ha capito: non c’è più nulla da fare. Ci pensa qualche minuto, guarda fuori dalla finestra. Poi afferra la pistola, la estrae dal cinturone e la porge a Romanzi. Ha accettato i termini della resa, e quel gesto sancisce la sua promessa.

A Milano, nei locali dell’Arcivescovado il Cardinale Schuster è molto preoccupato. È convinto che la ribellione in atto in città porterà al potere i comunisti e vuole fare qualcosa per impedirlo. Sono circa le undici e mezza, piazza Duomo è deserta.

È l’una

È l’ora decisa dal Cln per lo sciopero generale e per l’inizio dell’insurrezione, che però è già cominciata. In quel momento, alla Innocenti di Lambrate, la 118^ Garibaldi prende possesso degli stabilimenti e arresta 15 repubblichini.

Nell’ambulanza che aveva portato fuori Genova Carmine Romanzi e le sue due lettere, il generale Meinhold viene scortato in città, dove un paio di ore dopo, alla presenza dei vertici del CLN genovese, firmerà la resa dei suoi: sarà il primo e unico atto di resa firmato durante la seconda guerra mondiale da un generale tedesco al cospetto di formazioni irregolari.

Sono le cinque del pomeriggio, In piazza Fontana, a Milano, è arrivato anche Benito Mussolini. Insieme a lui e al cardinale Schuster ci sono il generale Cadorna e i rappresentanti del Cln. A Mussolini viene intimata la resa incondizionata e gli viene annunciato che i tedeschi stanno già trattando. Lui prende tempo, dice di aver bisogno di un’ora, dopodichè tornerà a concludere le trattative. Schuster e gli altri sono d’accordo e lo lasciano andare. Scendendo le scale dell’Arcivescovado, Mussolini incrocia un uomo trafelato che sale di corsa, è Sandro Pertini, è armato, e non l’ha riconosciuto. Anni dopo, Pertini dichiarerà che, se lo avesse riconosciuto gli avrebbe sparato, senza indugi.

In Italia ormai sono le sette di sera ed è tutto molto concitato. Su Milano il cielo si annuvola e cade qualche goccia di pioggia. Mussolini non ha mantenuto la promessa e all’Arcivescovado non ci è tornato. Mentre a Genova il generale Meinhold sta per firmare la resa, Mussolini sta scappando verso nord, in direzione di Como, per poi cercare rifugio in Svizzera. Non ci arriverà mai.

A Torino non è ancora cominciato quasi niente, e alle 21 al comando delle forze partigiane arriva uno strano ordine americano: «non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando piazza». È l’ennesimo tentativo del colonnello John Melior Stevens, rappresentante degli Alleati, di non perdere il controllo sui partigiani comunisti. L’ordine viene ignorato.

Sono le dieci di sera, vicino a Busto Arsizio, in provincia di Varese, l’emittente radiofonica della Repubblica sociale italiana sta ancora trasmettendo, ma al posto del solito telegiornale va in onda un comunicato che inizia così: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani!». È un comunicato partigiano, è il primo annuncio pubblico della liberazione.

A Genova è piena notte, i tedeschi fuori città si sono arresi, ma c’è ancora un gruppo, capitanato dal capitano di vascello Max Berninghaus, che non riconosce la resa firmata dal generale Meinhold e lo dichiara colpevole di alto tradimento. Si arrenderanno poche ore dopo. A Milano ci si sveglia con il suono di copi di armi automatiche, alle prime luci dell’alba, un commando della Guardia di finanza conquista la prefettura. Un paio d’ore dopo, Riccardo Lombardi, azionista, diventa prefetto di Milano, mentre, Antonio Greppi socialista, diventa sindaco.

Nella sede del Corriere della Sera, in via Solferino, Dino Buzzati sta battendo i tasti della sua macchina da scrivere: «Mentre andiamo in macchina — scrive — i combattimenti continuano. Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell’Eiar, l’ufficio della Questura centrale e i commissariati di polizia». Poi mette un punto, tira fuori il foglio, rilegge e manda in tipografia.

Buzzati ha ragione, fuori si continua a sparare, truppe tedesche sono ancora trincerate nel collegio dei Martinitt di Lambrate, nella Casa dello studente di via Pascoli e nel palazzo dell’Aeronautica di piazza Novelli. Si arrenderanno solo all’arrivo delle colonne partigiane dell’Oltrepò Pavese, il 28 aprile. Quel pomeriggio a Genova circa seimila soldati tedeschi sfilano disarmati in via XX settembre, sotto i portici che costeggiano la strada, leggermente in salita, migliaia di genovesi assistono festanti a quella triste sfilata. In molti si rendono conto, per la prima volta, che maggio è vicino e che tra un po’ si andrà al mare.