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Il Governo e il PD contro la povertà

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mercoledì 11 luglio 2018

AGRICOLTURA e AGROINDUSTRIA



In questa tavola rotonda abbiamo incontrato gli addetti ai lavori del mondo dell'Agricoltura astigiana, in particolare giovani aziende innovative, la domanda che ci siamo posti è: quale futuro e lavoro può dare l'agricoltura nel nostro territorio oggi?

Lo scenario di questo incontro è suggestivo: La Chiesa del Gesù, dentro il Michelerio, in Corso Alfieri; un luogo nascosto e sconosciuto nel cuore di Asti. Il padrone di casa, il Prof. Gianfranco Miroglio presidente del Parco paleontologico astigiano ci ha illustrato il progetto che porterà a fondere la bellezza di questo luogo con quella dei fossili marini delle colline astigiane. "La produzione vinicola migliore - dice Miroglio - si ha nelle zone con maggiori fossili, e questo non è un caso". Anche questo aspetto fa parte di un progetto futuro legato a ricerca, turismo e agricoltura.

Dicevamo: “quale futuro per i giovani che operano nell'agricoltura, e c'è speranza di lavoro nel settore?”
Sono venuti a rispondere a questo quesito apportando spunti interessanti diversi imprenditori, in qualche modo innovatori nel loro settore, tra gli altri:
    Monica Monticone, Cascina Rey, Asti (AT) produce vino
    Domenico Viarengo di Cascina Boba (Corso Alba) che alleva vitelli allo stato brado e ne commercia carne anche al minuto.
    Micaela Soldano di Villafranca d'Asti ha lasciato il lavoro in banca per produrre zafferano (Il filo rosso)
    Luca Roffinella, Azienda Agricola Massarone di Montafia, produce ortaggi (famose le sue zucche) e che si occupa di didattica e formazione, conduce corsi sulla potatura e sull'orticoltura.

Tutti animati da una grande passione, in problema più sentito è l'eccesso di burocrazia che frena la crescita e soprattutto la difficoltà di assumere dipendenti in un meccanismo costoso e trooppo impegnativo per le piccole strutture.

Giorgio FERRERO, il nostro Assessore all'Agricoltura in Regione Piemonte,  sempre attento a cogliere segnali così importanti, spiega il lavoro che sta svolgendo sperando di apportare modifiche a Leggi che riguardano in particolare la sicurezza nel mondo del lavoro. "Alcune norme possono andare bene in aziende di grandi dimensioni. La sicurezza è importante - dice Ferrero -e  vale per una persona come per  200, ma un posto di lavoro è anche un'opportunità, e certe misure dovrebbero essere meno drastiche e più graduali per favorire e non frenare la nascita di nuovi posti di lavoro nel settore".

Qualcuno propone come modello di una nuova agricoltura le Langhe dove allo sviluppo enologico si è affiancata la costruzione di un'estetica del territorio. Il Prof. VINCENZO GERBI dell'Università di Torino fa notare che il Barolo nasce 170 anni fa  da ricerca e innovazione, per mano di un gruppo di imprenditori tra i quali c'era Cavour: "la ricerca di un prodotto unico e di qualità superiore sarà uno dei fattori di successo dell'agricoltura astigiana e piemontese".

La professoressa  Clara CEPPA, docente presso il corso in Design e Comunicazione Visiva Politecnico di Torino, ci ha parlato del lavoro di marketing e di immagine del prodotto e della confezione (packaging, come si dice oggi), fondamentale per entrare in un mercato dove è facile rimanere anonimi.

L'augurio finale di Giorgio FERRERO che l'incontro di questa sera abbia un seguito professionale con la collaborazione e lo scambio di idee fra i partecipanti.


Ringraziamo per i loro interventi:

  • Giorgio FERRERO (Assessore Agricoltura Regione Piemonte)
  • Gianfranco Miroglio presidente del Parco paleontologico astigiano
  • Prof. VINCENZO GERBI Università di Torino Scienze Agrarie l’innovazione dei processi di    vinificazione.
  • Prof. Clara CEPPA docente presso il corso in Design e Comunicazione Visiva Politecnico di Torino
  • Alessandro DURANDO Presidente CIA Asti
  • Francesco SCALFARI di UNI-ASTISS
  • Enrico ERCOLE Università di Alessandria
  • Pier Ottavio Daniele (Giornalista e scrittore)


e la partecipazione di iscritti, simpatizzanti e amici:

  • Piero GRAZIANO
  • Rita Bianchini
  • Arch. Alberto Ghigo
  • Piero VERCELLI
  • Gianni BOSSO
  • Ing. Alberto VOGLINO
  • Avv. Fausto FOGLIATI
  • Alessandro GABUTTO (Sindaco di Quaranti)
  • Angelo LANO
  • Barbara BAINO (Sindaco di MONGARDINO)
  • Avv. Elena GRASSI
  • Donato PAFUNDI
  • Gianluca FORNO (Sindaco di Baldichieri)
  • Andrea GAMBA (Sindaco di S.Martino Alfieri e dal 2008 Collaboratore - Ricercatore INEA – Istituto Nazionale di Economia Agraria sede per il Piemonte)
  • Giovanni PENSABENE

Mario MORTARA

Coordinatore

Osservatorio luglio 2018



L’OSSERVATORIO (6/7/2018).

Che sarà del Pd.

Vedremo cosa uscirà dall’Assemblea Nazionale domani, in cui verrà eletto “pro tempore” Maurizio Martina, sperando che non ci si spacchi sulla data del Congresso; quel che è certo è che in prospettiva la candidatura di Zingaretti alla Segreteria sta già, se non proprio allarmando, certamente mettendo una certa inquietudine in ampie zone del partito, in quanto “Montalbano’s brother” è figura autorevole, in grado di traghettare il Pd (perlomeno c’è da sperarlo) fuori dalle attuali secche, sicuramente non in modo “tranchant”, ma con mano ferma e senza fare sconti a nessuno, com’è giusto che sia! Si impegnerà non a dividere il partito, ma ad unirlo attorno ad un progetto di centrosinistra “largo” (alla base della sua vittoria nel Lazio) cui tutti saran chiamati a contribuire, pur significando questo il netto superamento di una visione “autoreferenziale” e della logica dell’ “uomo solo” al comando. Con l’imminenza delle elezioni europee, che potrebbero ahimè sancire drammaticamente la fine dell’odierno assetto politico del nostro Continente, si può ben comprendere l’allarme di alcuni che vedono in una nuova leadership del Pd il rischio di uno scompaginamento degli attuali quadri dirigenziali ed equilibri, oltre che dei criteri per le candidature (cosa evidentemente di non poco conto!). Ritorna dunque il “solito”, ma purtroppo ancora valido, discorso sul “passo indietro” che ad oggi tanti non han fatto (né sembrano intenzionati a fare), ma che viene imposto oggettivamente dalla realtà (e che realtà: una serie di sonore sconfitte elettorali!). Il passo indietro, si badi bene, non vuol dire la condanna o il gettare la croce addosso ad una o più persone, quanto invece la consapevolezza di poter giocare una nuova partita (la rinascita del Pd) da una posizione diversa; in altri termini contribuire al suo rinnovamento sì con le proprie idee, ma all’interno di un confronto sereno, maturo e forte che deve farsi sintesi e avere come fine la crescita di tutto il Partito democratico, non certo la visibilità di qualcuno o di un gruppo. Perché se si continua a ragionare su come “riprendersi il partito”, magari tramite “interposta fedelissima persona” (non mi riferisco a Delrio ammesso che davvero si candidi), vuol dire voler riaprire una stagione di tensioni interne, col ricordo di una maggioranza che “poteva permettersi di sfottere” la minoranza (ricordiamo tutti il “Fassina chi?” o il famoso “Ciaone”..). Se infatti quegli atteggiamenti, che non sono nati da un cattivo carattere quanto da una concezione quasi assoluta del proprio ruolo e del proprio potere, non verranno riconosciuti ed emendati seriamente vorrà dire immolarsi ad una idea un po’ vendicativa e prepotente dei rapporti interni e della politica, con inevitabili drammatiche conseguenze che stiamo già pagando. L’unica cautela che la candidatura di Zingaretti impone è il suo eventuale “doppio ruolo” di Presidente della Regione Lazio (dove ricordiamo non ha la maggioranza in Consiglio) e quello appunto di possibile Segretario del partito; è ovvio che ogni eventuale difficoltà nella guida della sua Regione non potrà non ricadere in qualche modo sul suo ruolo di leader del Pd, a “beneficio” degli avversari politici esterni e (ahimè) anche “interni”, cosa di cui peraltro è del tutto consapevole! Maurizio Martina è certamente persona per bene, seria, preparata, ma “soffre” per il fatto di essere da un lato appoggiato proprio da quell’attuale gruppo dirigente del partito che all’inizio lo ha osteggiato (ora invece lo sosterrebbe forse perché credono sia più “controllabile” di Zingaretti), dall’altro, forse proprio per i motivi appena detti, non sembra avere convintissimo gradimento dalla minoranza, che pure non lo ostacola. Ecco perché, pur riconoscendo a Nicola Zingaretti e a Maurizio Martina i loro rispettivi meriti conquistati sul campo, ritengo che una persona come Fabrizio Barca possa essere presa in considerazione, un candidato di rango, autorevole e capace in quanto non avrebbe altri condizionamenti di sorta, oltre che per la sua “alterità” rispetto alle logiche interne, tuttora saldamente radicate nel partito; mi rendo pienamente conto che per molti trattasi di un’ipotesi stravagante, quasi una voce isolata, fomulata peraltro da chi scrive che notoriamente conta poco o nulla… La sua candidatura potrà nascere solo da una forte spinta dalla società civile (per ora non credo proprio dall’interno del partito), da quel mondo cioè da sempre “orientato” a sinistra, e da figure di esso rappresentative, dall’economia, dal sindacato, dalla cultura, dall’università e dalla ricerca, dal giornalismo…Io spero solo come tutti noi in definitiva che il Pd non arrivi all’irrilevanza, perdendo ulteriormente quote sensibili di elettorato, per il rifiuto di capire che una stagione si è chiusa e che ciò significa sì cambio di persone, ma soprattutto di idee e di comportamenti, altrimenti le Europee del 2019 saranno il nostro definitivo “de profundis”!

Il dominio della rete.

Nel popolo italiano, secondo una recente indagine ISTAT, sta crescendo una quota consistente di rancore sociale, di individualismo, pur se vi sono tuttora esempi di non comune e silenziosa carità verso il prossimo; la rete, i social network sono lo specchio di questo cambiamento. Lo si vede quotidianamente: è bastato che pochi giorni fa il campione di pallavolo naturalizzato italiano (quindi “italiano”) Ivan Zaytsev postasse su Facebook la notizia dell’ avvenuta vaccinazione della figlia per essere coperto di improperi da parte dei “no vax”. Si insulta quindi, coperti vigliaccamente dall’anonimato, per il semplice fatto che qualcuno vuole esprimere liberamente un’idea differente da quella di coloro che si ritengono maggioranza e detentori di verità; siamo ormai ad una forma di nazismo “on line”, dove la caccia “al diverso” (di pensiero, di cultura, di opinione politica…) è aperta ogni volta che viene manifestato un ragionamento difforme dal proprio! Lo si è visto anche per il ricovero e conseguente intervento chirurgico di Giorgio Napolitano, con gli auspici persino “di morte”, solo perché per tanti l’ex Presidente rappresentava il Potere, la casta, colui (del Pd) che avrebbe necessariamente difeso interessi inconfessabili. Per non parlare ancora degli insulti verso monsignor Bettazzi, Vescovo Emerito di Ivrea, ex Presidente di Pax Christi, da sempre fautore del dialogo tra Chiesa e Mondo del Lavoro (all’epoca di Berlinguer anche direttamente col PCI), per aver preso posizione chiara sul problema dei migranti, evidentemente interpretata dai tanti fondamentalisti della Rete come un attacco al Governo! Tutto ciò sta verificandosi quasi si volesse arrivare ad una sorta di pensiero unico, per cui non è più tollerabile un’opinione contraria! Questo malanimo, questa cattiveria, questo livore emergente, uniti alla diffusione spesso “colpevole”, o per meglio dire “interessata”, di notizie false, le vere e proprie bufale (cliccare su una “fake new” vuol dire aumento di introiti pubblicitari per chi le diffonde, se lo fanno in tanti), stanno creando un humus “culturale” (o sub-culturale”) per cui chiunque può pontificare su tutto, può deridere l’altro anche su argomenti di non propria specifica competenza (i vaccini per esempio), come se il sapere, la conoscenza, la competenza siano espressione di “casta”, di “potere” usate contro la gente comune… Si comprende allora perché un partito come i Cinquestelle sia arrivato ad oltre il 30%; certamente grazie anche ad una politica che spesso non ha risolto i problemi e che è sembrata luogo per privilegi personali; ma direi soprattutto per il diffondersi della Rete come pratica dell’offesa pesante, dell’accettazione acritica di notizie senza necessarie verifiche, senza mai un confronto o il benchè minimo dubbio circa la validità delle proprie convinzioni, come se tutto ciò che viene propalato “viralmente sul web” abbia una sua sacralità e intangibilità a prescindere. In questo contesto il Movimento ha dunque pescato e creato la sua base elettorale; come se avesse detto ad ogni frequentatore dei social “portiamo noi la tua rabbia, il tuo rancore in Parlamento, quasi ci fossi tu stesso seduto su quei banchi a dire le cose che scrivi”. Si comprende allora come per la sinistra, di fronte all’emergere ed al radicarsi di questa nuova forma di comunicazione ed informazione, la riconquista di una nuova centralità politica sia compito improbo, perché il terreno al momento non è per niente idoneo per chi vuole usare la ragionevolezza, l’argomentare competente pacato ma deciso (cose che peraltro la sinistra non ha sempre saputo fare, dando immagine di un’autosufficienza che non ha comunicato al “cuore” della gente) nello spiegare i propri convincimenti e valori. Questa però è la sfida di oggi e se la vuole vincere l’unità non fittizia a sinistra, insieme con la consapevolezza degli errori fatti e della necessità “quasi etica” di riallacciare un tessuto sociale così lacerato, possono diventare armi importanti.

Gianni Amendola

martedì 19 giugno 2018

OSSERVATORIO GIUGNO 2018



L’OSSERVATORIO.


Il Governo del cambiamento: sì, ma della Carta Costituzionale.

Il prof. Conte, come si è visto, è persona anche simpatica e spiritosa; del resto trattasi di un docente universitario, abituato quindi ad ascoltare gli studenti; tra l‘altro è giovane, ha tutto insomma per poter avere (all’inizio) un certo gradimento. Accanto a questi aspetti rimane però un senso di indeterminatezza, perché non si comprende ancora quale sia il suo livello di autonomia dagli “sponsor” Di Maio e Salvini che lo han scelto per portare avanti quanto scritto nel famoso “contratto”. Le sue iniziali dimissioni dopo la prima nomina, per il fermo rifiuto del Capo dello Stato sul nome del prof. Savona all’Economia, sono state il segnale di una mancanza di autorevolezza, che solo in parte può essere giustificata dalla inesperienza politica. In quanto “uomo di Legge” non poteva non sapere che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica il compito di scegliere, in accordo col Premier stesso, i ministri; per qual motivo allora non è riuscito a depennare il nome di Savona da quell’elenco? Non aveva forse tutti i crismi per poter spiegare a Salvini (e Di Maio) che quell’impuntatura rischiava di far morire il Governo ancor prima di nascere? Perché non aveva (è proprio il caso di dirlo) un “piano B”? Dato comunque che il Governo è poi nato senza Savona all’Economia vuol dire che la cosa era fattibile sin da subito; solo, e questo è il punto, si è voluto dare il segnale che è il capo della Lega a dare le carte, più del sorridente Di Maio, e che se l’Esecutivo ha preso il via lo si deve alla “malleabilità” finale di Salvini, non certo alle capacità di mediazione di Conte. Inoltre se è comprensibile che nel discorso programmatico di un Primo Ministro non si entri mai in modo dettagliato nell’analisi dei costi e delle coperture di leggi e riforme, è altrettanto vero che, specie alla Camera, di fronte a precise domande dell’opposizione, è rimasto sulle generali, rimandando alla lettura del suddetto contratto. Sarà questa eventuale capacità di sganciarsi dai 2 vice-presidenti il metro col quale verrà misurata la sua azione di Premier; lo si sta vedendo proprio in questi giorni con lo strabordare di Salvini, a proposito dei migranti sulla nave Acquarius, il quale ha imposto la chiusura dei porti (ma non spettava a lui bensì al ministro delle Infrastrutture o al Primo Ministro stesso) ed ha interloquito direttamente col governo maltese, nemmeno fosse il ministro degli Esteri! Dov’era il nostro Presidente del Consiglio? In tal modo egli rischia di essere solo la faccia presentabile, “culturalmente” spendibile, dei sottoscrittori del contratto, rispetto ai quali avrà la sua credibilità di docente universitario, oltre ad uno stile personale che pare sobrio, misurato, lontano dai toni roboanti del leader leghista e dalle affermazioni “uso social” di Di Maio, pur se pronunciate con l’ineffabile ed immancabile sorriso televisivo. Ora è tornato dal G-7: vedremo con quali risultati e con quale credibilità per il Governo e per il Paese. Intanto Salvini e il capo dei Pentastellati proseguono la loro campagna elettorale, a caccia di voti dunque, al punto da aver disertato lo scambio di consegne con i ministri predecessori (chiedere notizie a Calenda); d’altro canto giugno è mese di amministrative e sulla scia del Governo appena nato, accompagnato dalla falsa retorica del cambiamento, mirano ad incrementare il loro fresco bottino elettorale (finora favorevole solo alla Lega)…In questa logica rientra l’incontro avuto da Di Maio con la Confcommercio, con notevole successo a quanto pare; perché quando fai un discorso sul fisco facendo capire che la categoria non verrà presa di mira più di altre e dici di togliere studi di settore, spesometro e quant’altro, misure già peraltro in “disuso” da tempo, è normale entrare in immediata sintonia. Resterebbe da capire cosa avrebbe detto Di Maio se, prima dei Commercianti, avesse incontrato rappresentanti del Pubblico Impiego, comunque una vasta platea di lavoratori dipendenti, sottolineandone il carico fiscale che grava su di loro in quanto a reddito fisso, promettendo magari una più equa redistribuzione delle tasse, colpendo gli evasori che si annidano tra gli autonomi!! Probabilmente (alla Confcommercio) l’avrebbero preso a pernacchie, come si dice dalle sue parti, a Pomigliano d’Arco. Ma tant’è, Giggino ci ha abituati (che sia questo il cambiamento?) ad ogni giravolta, sempre con l’ossessione di piacere a tutti, al fine di lucrarne elettoralmente il beneficio, sempre con l’immancabile sorriso televisivo. Bisognerebbe ricordargli, come già qualche grillino sta facendo dimettendosi da consigliere comunale (a Bologna) per queste ragioni, che Salvini e la Lega non sono candide verginelle politiche; da 20 anni hanno partecipato attivamente a Governi guidati da Berlusconi e oltre ad aver avuto anche una loro banca (Credieuronord), subito fallita (ricordate Fiorani?), han fatto parte della maggioranza “bulgara” (100 deputati in più rispetto all’opposizione) che ha portato l’Italia sull’orlo della bancarotta nel 2011, motivo per cui, dopo che il Parlamento stesso lo aveva sfiduciato, Berlusconi cadde ed arrivò Monti.. Dove sarebbe il cambiamento di cui parla il Movimento, alleandosi con loro? Ma è sulla politica estera che il Governo rischia di giocare una partita pericolosa; c’è un dato ancor poco sottolineato, ma non smentito almeno finora, che cioè la nostra Ministra della Difesa Trenta insegni presso una Università russa. Ora, è assai probabile che per ottenere ivi una cattedra universitaria si debba godere della stima e della fiducia dei vertici di quello Stato; vien da sé che se una Ministra che si occupi di un delicatissimo Dicastero quale la Difesa ha un legame professionale e politico con la Russia questo crei un “vulnus” di non poco conto, il che spiega bene l’apprensione nella NATO. A queste domande il primo ministro Conte deve dare risposte, senza “chiedere permesso a Di Maio e a Casalino”, evitando frasi come quelle pronunciate al G-7 (riportate da importanti quotidiani) davanti ai suoi meravigliati interlocutori: “Scusate, ma io devo parlare solo di ciò che è scritto nel contratto…”! Esiste infine, con il varo di questo Governo, una serissima questione di tipo costituzionale, come già sottolineato nell’Osservatorio precedente; si sta tentando infatti uno strisciante cambio della nostra Carta, soprattutto per ciò attiene alla forma della democrazia (ed alla collocazione internazionale del nostro Paese), in cui il Parlamento avrebbe solo una funzione notarile, non più quindi luogo di dibattito, ma “passacarte” dell’Esecutivo. Oltre alle nomine dei parlamentari fatte direttamente dalle segreterie dei partiti (o, nel caso dei “5 Stelle”, della ristretta cerchia di quelli che contano…gli altri sono anonimi..) si vuole soprattutto la cancellazione della loro libertà “senza vincolo di mandato”, come pure scritto in Costituzione; i parlamentari in sostanza devono essere tutti irregimentati, non fare domande, schiacciare solo i bottoni in Aula secondo l’indicazione dei capi e capetti interni e non rilasciare interviste. Per la verità già ai tempi del Centrodestra c’è stato un andazzo del genere, quando si parlava di “Governi (quindi di leader) eletti dal popolo” in contrapposizione agli altri Poteri dello Stato “non eletti”, quasi a stabilire una nuova gerarchia, e con Il Porcellum, creato non solo per non far vincere il Centrosinistra nel 2006, ma per il controllo che il capo di partito poteva finalmente esercitare sui “suoi”, messi lì (in Parlamento) da lui stesso; oggi la cosa si sta ripetendo, magari in modo più soft, ma non meno pericolosamente. Non sono stati casuali gli attacchi sconsiderati, non solo sui social, al Presidente della Repubblica per il suo “no” al prof. Savona; si vuole infatti da un lato, attraverso la personalizzazione della politica (leaderismo), la delegittimazione del Capo dello Stato, relegandolo ad un ruolo di pura rappresentanza, dall’altro veder garantita l’obbedienza cieca dei propri parlamentari, senza se e senza ma. In altri termini, se per portare avanti un determinato progetto, ad esempio l’uscita dall’Euro o il cambio di collocazione internazionale dell’Italia, la possibile interdizione al riguardo del Presidente della Repubblica può essere ostacolo decisivo, si vuole neutralizzare questo “potere”, contrapponendolo artatamente alla “volontà popolare” che ha eletto un Governo (!!). In definitiva, chi vince le elezioni non deve avere bilanciamenti di sorta né opposizione interna: questo l’obiettivo “di nuovo assetto costituzionale” cui aspirano Salvini e Di Maio! E’ facile immaginare quanto questa retorica, questa distorsione dei ruoli costituzionali possa prender piede in un quadro politico-elettorale così frammentato, incattivito e sostanzialmente “digiuno” di Costituzione (nonostante il tour “coast to coast” di Di Battista prima del 4 dicembre 2016!!!), al punto che non ci dovremmo meravigliare se qualcuno inizi a parlare di Repubblica Presidenziale (se non di “democratura”, magari attraverso un referendum, indetto con l’attuale Governo!). Per non dire in ultimo del progetto della democrazia diretta, portato avanti non da ora dalla Casaleggio Associati (per cui son nati i “5 Stelle”), legata quindi allo sviluppo della piattaforma Rousseau che nel caso di una eventuale fase politica negativa per il Movimento non potrà che subirne contraccolpi, anche e soprattutto sul piano economico; in altri termini, qualora nella prossima legislatura i Pentastellati si trovassero all’opposizione, con il rischio di un loro disfacimento, anche l’azienda Casaleggio subirebbe una botta non indifferente, perché in questa loro ottica è solo il “potere” che può garantire sopravvivenza ed introiti! Tutto ciò allora dovrebbe ri-porre al centro del dibattito la questione delle norme sui partiti (anch’esse in Costituzione), visto il palese conflitto d’interessi in gioco! Ecco perchè ci vorrebbe una vera mobilitazione, una costante attenzione verso le forti contraddizioni dell’attuale maggioranza; ma con un’opposizione al momento solo “numerica”, priva ancora com’è di un progetto alternativo, cosa si può sperare?

La tornata amministrativa.

Prendiamo atto, dall’esame del primo turno di domenica 11/6, che il Pd non è morto e che potrebbe ancora vincere diversi ballottaggi, oltre le vittorie di Brescia e Trapani già conquistate. Certo, il partito arranca pericolosamente in zone dove fino a pochi anni fa si vinceva al I° turno con percentuali tra il 55-60% (in Toscana ad esempio); che diremmo se si perdesse a Siena, a Pisa, a Massa? Il fatto che il Movimento “5 Stelle”, almeno per ora, non sembra aver trovato giovamento dall’essere al Governo, a differenza della Lega, ormai chiaramente prima forza del Centrodestra, non vuol dire che automaticamente quei voti torneranno al Pd. C’è bisogno di una proposta nuova e forte, con una nuova Segreteria che sappia dare un segno di discontinuità vero (che non significa condannare nessuno, ma prendere atto che una stagione è finita) e recuperare tutto quel mondo politico-sociale di riferimento che costituisce un patrimonio di attese, di speranze, voglia di cambiamento di prassi politica. Vincere i ballottaggi sarà importante comunque, ma è la prospettiva del partito che và ridefinita al più presto…Per non morire davvero!...

Gianni Amendola

martedì 5 giugno 2018

I PROBLEMI RESTANO


OSSERVATORIO MAGGIO 2018



L’OSSERVATORIO.

La crisi istituzionale.

Per l’ennesima volta rimetto mano al presente articolo, a motivo dell’estrema variabilità delle situazioni, spesso contraddittorie, circa la soluzione della crisi istituzionale; il panorama della politica ogni giorno ci offre una novità imperscrutabili. Al momento (mattina del 31/5) la situazione è seguente: forse si riapre la possibilità di un governo “giallo-verde” con Conte richiamato nel ruolo di Premier e con lo spostamento del prof. Savona dall’Economia alle Politiche Comunitarie (!!!). Se passasse quest’ultima ipotesi francamente saremmo sconcertati: alla luce dei motivi che han portato il Presidente Mattarella a non firmare la lista dei Ministri precedente, risulterebbe inspiegabile il dirottamento (ma sarà davvero così?) di Savona al suddetto Dicastero….Ci permettiamo comunque, pur a governo non costituito, alcune riflessioni su questa crisi istituzionale senza precedenti in Italia, peraltro latente, insita sin dall’inizio delle trattative per la composizione del nuovo Esecutivo. All’indomani del 4 marzo il Movimento “5 Stelle” aveva parlato di vittoria, di 11.000.000 di voti conseguiti, per cui gli sarebbe spettato l’onere del cosiddetto “Governo di cambiamento”. Luigi Di Maio, che aspirava come non mai alla Presidenza del Consiglio, ha giocato su due tavoli, prima cercando di sganciare la Lega dal Centrodestra, a motivo di Berlusconi, poi, visti inutili i suoi sforzi, cercando di coinvolgere con lo stesso programma il Pd, quasi si trattassero di due entità sovrapponibili (Lega e Pd). In entrambi i casi avrebbe fatto valere il suo 32.7% contro il 17% della Lega ed il 18% dei “dem”, allo scopo di ottenere il premierato. Ma già prima del voto del 4 marzo Giggino aveva avuto un atteggiamento sul filo della scorrettezza costituzionale, presentando al Quirinale la lista dei suoi ministri (tra i quali Conte), e questo è stato il primo sgarbo costituzionale. Col “no” del Pd, al fine di sbloccare l’impasse che si era creato, la sua formale rinuncia (“mi faccio da parte” disse) rispetto al ruolo di Premier ha permesso lo sganciamento di Salvini da Berlusconi, dando vita alla costruzione del programma di governo (cioè del contratto); entrambi avranno certamente parlato tra loro, nonostante le affermazioni televisive a beneficio dei gonzi (“stiamo discutendo solo dei contenuti”), anche dei posti ministeriali da suddividersi. Hanno dunque indicato, dopo un parto lungo e faticoso, non una rosa di nomi come ci si aspettava, tra i quali il Capo dello Stato avrebbe fatto la sua scelta, ma un nome “secco”: della serie “o prendi o lasci” (secondo sgarbo istituzionale)! Mattarella, che pure aveva loro concesso tutto il tempo richiesto, si è trovato difronte l’ennesima forzatura, in quanto a norma di Costituzione la scelta del Premier spettava a lui. A quel punto non poteva non scegliere che Giuseppe Conte; ma è stato sull’elenco dei Ministri che la situazione è “inevitabilmente” esplosa, non solo perché la lista era già “bella e fatta” (terzo sgarbo istituzionale), ma anche perché la casella del Ministero dell’Economia portava il solo nome di Savona che aveva parlato, appoggiato (quantomeno non pare averne preso le doverose distanze) il “piano B”, vale a dire la via di uscita dalla moneta unica (c’è stato un meeting nel 2015 presso la Link University Campus di Roma, un’Università privata da cui attinge personalità anche il Movimento, nel quale si era parlato con dovizia di particolari di un possibile ritorno alla lira in un week-end! Come un blitz!). Trattandosi di un punto delicatissimo, che và ad incidere sulla qualità della vita dei cittadini, oltre che degli equilibri politico-economici dell’Unione, Mattarella ha tenuto il punto fino in fondo. Si dirà: perché Salvini non ha proposto Giorgetti? Perché ha cercato e voluto lo scontro istituzionale, drogato dall’idea di un nuovo bagno elettorale, sostenendo in questo, insieme con Giggino, la fola del governo scelto dal popolo per cui nessuno, tanto più se non eletto, può interferire (pur sapendo che non poteva sostenere una cosa del genere)! C’è stato quindi un preciso disegno la cui posta era” il Capo dello Stato”, vale a dire l’unico che per ruolo costituzionale può opporre ostacoli alla logica del “chi vince fà quel che gli pare”, amaro lascito del Ventennio politico appena trascorso! Del resto Salvini lo aveva anticipato testualmente alla Meloni ed a Licia Ronzulli di FI: “Il Governo Conte ha il 50% di possibilità: o mi riconoscono gli Interni , la sottosegreteria alla Presidenza ed il ministero dell’Economia coi nomi da me proposti o cade tutto”! Tale frase si commenta da sé…A coloro che criticano Mattarella per aver ecceduto dai suoi poteri costituzionali và intanto detto che nessuno di costoro (dei critici) ha avuto da ridire circa l’atteggiamento “a-costituzionale” tenuto da Di Maio e Salvini (come sopra ho puntualizzato); non è vero poi che si è voluto colpire il libero pensiero di un cittadino (il prof. Savona) sull’Euro, quasi a prospettare un reato d’opinione compiuto da Mattarella, perché se così fosse il Capo dello Stato avrebbe posto il veto anche su Salvini, le cui posizioni sulla moneta unica e sull’Europa sono note da tempo! C’è ben altro e l’insistenza con la quale il leader leghista ha insistito ed insiste (al momento) sul nome del Professore è perché davvero l’ipotesi di un’uscita dall’Euro era meno campata in aria di quanto si pensasse; quel piano B in realtà poteva diventare “A” (del resto nessuno lo direbbe mai prima): ecco perché durante la campagna elettorale non si è mai affrontato, se non di sfuggita e coi soliti slogan contro la Germania e la Francia, il tema di un’uscita dall’Europa. Del resto, la prima bozza del “contratto” presentata a Mattarella faceva rabbrividire, con quell’assurda richiesta di chiedere alla BCE l’azzeramento del pesante debito italiano, con un programma di Governo che non avrebbe avuto le coperture e che prevedeva l’introduzione di mini-bot.. Cose che non potevano non rappresentare un colpo all’Euro ed all’Europa e che sono state poi cancellate; l’intenzione però era manifesta! Evidentemente, a fronte dell’irrinunciabilità per Salvini (e fino all’altro ieri anche per Di Maio!) dell’inamovibilità del prof. Savona, mettendo insieme quanto ora detto sulla prima bozza programmatica con tutta la procedura “anomala” della formazione della formazione del Governo, offertagli “a scatola chiusa”, Mattarella ha “dovuto” porre un veto, al fine di evitare una deriva istituzionale inarrestabile, richiamandosi agli articoli della Carta Costituzionale. Tutto ciò che ne è conseguito poi è stato uno spettacolo indecente; Di Maio ha lanciato, durante la trasmissione di Fazio, la proposta dell’impeachment, che non aveva alcun fondamento giuridico (ma chi lo consiglia? Il ministro della Giustizia “in pectore” Bonafede davvero non ha avuto solide basi per fermarlo?), ma serviva solo per riprendersi la scena, ormai rubatagli da Salvini, e per “rimotivare” le truppe, che invece a quanto pare, lo hanno un pò “strattonato” nell’incontro di ieri del gruppo del Movimento, salvo tornare “a Canossa” a scusarsi con Mattarella ed avanzargli la proposta del governo politico “senza Savona”, obbligando così Salvini a dover prendere una decisione. L’obiettivo del capo della Lega rimane però il ricorso al voto, al fine di capitalizzare l’onda lunga che potrebbe portarlo al ad oltre il 20%, rimescolando ruoli all’interno del Centrodestra. Del resto lui sà bene che l’eventuale governo coi Cinquestelle non durerà l’intera Legislatura; l’anno prossimo ci saranno le Europee e si ridisegneranno nuovamente i rapporti di forza tra i partiti. Certo è che non vuol esser costretto a tornare dal Centrodestra col “cappello in mano” (cosa che sà di rischiare in caso di fallimento dell’esperienza di Governo con Di Maio)..Vedremo nelle prossime ore cosa accadrà. Il parto di questo governo, se mai ci sarà, ha segnato comunque il Paese; manca una cultura giuridica diffusa (non è che si debba diventare tutti costituzionalisti) per cui “istintivamente” la gente riesca a cogliere le “forzature” e ad aver chiari i “bilanciamenti” che la nostra Carta prevede. Si tira la Costituzione a seconda della convenienza politica e ciò spiega bene le giravolte di Di Maio che il giorno prima lodava la correttezza e l’equilibrio del Capo dello Stato, il giorno dopo, con la rinuncia di Conte ne chiedeva l’impeachment; per non dire delle uscite di Di Battista, quale novello “Ciceruacchio de noantri”, che in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 aveva girato l’Italia in moto parlando, in chiave anti-pd, della bellezza della Costituzione, mentre dopo la mancata firma di Mattarella lo ha “redarguito” per aver ostacolato in tal modo il Governo del cambiamento!!!

Il ruolo del Pd.

Non tornerei più per ora sul fatto di non aver appoggiato, ponendo però in quel mentre precise condizioni politico-programmatiche, il tentativo all’inizio di Di Maio. Il problema è che resta la situazione interna ancora non chiara e non definita (o se vogliamo “troppo chiara” e troppo “definita..). Se si andasse alle urne “a breve” il danno sarebbe pesante, in quanto manca una proposta, un’autocritica sulla debacle elettorale e quindi una “sicura” figura di leader, in grado di traghettare rapidamente il partito al di là della sua perdurante crisi. Il nome di Gentiloni è sicuramente autorevole anche in virtù della sua esperienza di capo di Governo; ma è all’interno del Pd che devono verificarsi i cambiamenti necessari, non solo con la scelta del nuovo Segretario, ma anche con il rinnovamento complessivo degli organi dirigenziali, perché sarebbe inspiegabile, come lo è peraltro, che tutto resti immutato dopo la catastrofe del 4 marzo. Non si tratta di dare la colpa a Renzi, ma un partito, quando consapevole di aver perso le elezioni in quel modo perché non è stato evidentemente in grado di capire e di parlare con quel mondo che pur doveva rappresentare, deve sentire “da dentro”, direi in modo spontaneo, l’esigenza di cambiare modi e linguaggio, senza che ciò voglia dire condanna ed ostracismo verso nessuno. Ecco, manca questo “sentire dall’interno”.. Ciò non è indifferente nella percezione della gente che pure ci guarderebbe con simpatia; bisogna evitare come la peste il voler far credere che “si cambi tutto perché nulla cambi”. Sarebbe irrispettoso verso Gentiloni (se accetterà l’incarico), ma segnerebbe anche la morte definitiva del Pd e, col quadro politico che si sta delineando, anche lo stravolgimento se non la fine della democrazia parlamentare in Italia.

Gianni Amendola

martedì 24 aprile 2018

25 Aprile


25 APRILE 1945, Breve cronaca di quei giorni Memorabili

Aprile 1945, in Europa si combatte ancora su tutti i fronti, ma il Terzo Reich è ormai alle corde. Berlino è quasi accerchiata, stretta dall’avanzamento degli americani, da ovest, e dei sovietici, da est. Hitler è nel suo bunker. Parigi è libera da quasi un anno. In Italia, le truppe alleate avanzano verso nord, lentamente, in parte ancora bloccate sulla Linea Gotica.

In tutto il nord Italia, migliaia di partigiani, in città e sui monti, si stanno preparando all’offensiva finale. Il ventiduenne Italo Calvino, che si fa chiamare Santiago, combatte sulle colline vicino a Imperia, mentre Cesare Pavese si è nascosto nel Monferrato, e aspetta.

Martedì 24 aprile, alle 11 e 50 del mattino

Genova è insorta.

I tedeschi non si sono ancora arresi, anche se quasi tutti i centri di potere sono in mano ai partigiani delle squadre di azione patriottica (Sap) e alla popolazione, che si è unita alla lotta: il carcere di Marassi, il municipio, le centrali telefoniche, la prefettura, le case del fascio, persino la Casa dello studente, sede del comando delle Ss, sono già state prese.

La notizia dell’insurrezione arriva a Milano da una telefonata tra Corrado Franzi Direttore della filale della Banca Commerciale e un suo collega di Genova

Appena Franzi mette giù il telefono manda subito a chiamare Leo Valiani, membro del Partito d’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai). Un’ora dopo, che Genova è insorta lo sanno anche Sandro Pertini, socialista, Emilio Sereni e Luigi Longo, entrambi comunisti. Sono i vertici del Cln Alta Italia.

Mentre i quattro decidono di proclamare lo sciopero generale e l’insurrezione per l’una di pomeriggio del giorno dopo, mercoledì 25 aprile. E’ Sandro Pertini a proclamarlo:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra Fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i Tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire»

In quello stesso momento, a pochi chilometri di distanza una squadra di sappisti della 110^ brigata Garibaldi è già impegnata in uno scontro a fuoco con una pattuglia di repubblichini. L’insurrezione, anche a Milano, è cominciata.

Nelle stesse ore, a La Spezia, le truppe alleate entrano in città.

Intorno alle 7, a Torino comincia a girare un telegramma del Cln che inizia con una frase incomprensibile ai più: «Aldo dice ventisei per uno». È il segnale che in molti aspettavano. Ventisei sta per 26 aprile e una è l’ora decisa per l’inizio dei combattimenti, che però, in molte zone del nord Italia, sono già cominciati spontaneamente.

È arrivata la sera anche a Genova ,c’è un clima irreale, in moltissimi hanno una gran paura, per due ottimi motivi. Il primo è un comunicato del generale Meinhold, comandante delle forze tedesche, che ha minacciato di distruggere la città. Il secondo è una voce che gira parecchio e che attesta la presenza, sulle colline, di più di 60 pezzi di artiglieria pesante in mano ai tedeschi. È tutto vero, i pezzi di artiglieria ci sono, e sono 65, ma fortunatamente Meinhold non arriverà ad usarli.

Anche a Milano, in serata, la tensione è altissima. All’ospedale Niguarda, i partigiani stanno assaltando la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana per fare incetta di armi e munizioni e armare la popolazione. Alla Pirelli gli operai si asserragliano negli stabilimenti e preparano la resistenza del giorno dopo. L’ordine è difendere le fabbriche, a tutti i costi.

A Cuneo si è sparato tutto il giorno e ora, che è arrivata mezzanotte, la città è silenziosa.

Mercoledi 25 Aprile

Alle sei del mattino Leo Valiani ha un appuntamento con Mario Rollier in via Pergolesi. Deve consegnargli gli ordini di insurrezione, in modo che le faccia avere al più presto a Egidio Liberti, comandante delle brigate di Giustizia e libertà. Poco dopo, al numero 82 di viale Monte Nero, anche Lelio Basso e Corrado Bonfantini, del comando generale delle brigate Matteotti, fanno partire l’ordine di insurrezione alle formazioni cittadine.

Alle 8 a Milano In via Copernico, il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia è al gran completo. Devono ratificare tre decreti d’urgenza per assumere i poteri civili e militari, per amministrare la giustizia e per giudicare i gerarchi e i membri del governo fascista: la pena prevista è la morte. Contemporaneamente, lungo viale Campania, una colonna di partigiani e cittadini sta camminando in direzione di piazza Leonardo da Vinci. Sono in 340, in tutto hanno 5 fucili mitragliatori, 17 fucili automatici, 56 pistole e alcune bombe a mano. Nel giro di un’ora avranno occupato la sede del Politecnico.

A Genova, alle 10 meno venti, si arrendono i presidi tedeschi di Voltri e Prà. Poi, intorno alle 10, un gruppo di studenti universitari insieme a una decina di uomini delle Sap attacca l’altura di Granarolo, ancora presidiata dai tedeschi. L’obiettivo è prendere la stazione radio. Nello stesso momento, in un’ambulanza che viaggia a sirene spiegate, c’è un uomo con due lettere in tasca e l’ordine di consegnarle nelle mani del generale Gustav Meinhold. Quell’uomo, che si fa chiamare professor Stefano, è sul serio un professore, ma in realtà si chiama Carmine Romanzi, ha 32 anni, e nel dopoguerra diventerà Magnifico Rettore dell’Università di Genova, in via Balbi. Dentro quelle buste c’è l’ordine di resa per i tedeschi, senza condizioni.

Meinhold all’inizio si rifiuta e rinnova la minaccia di bombardare la città se non sarà concesso ai tedeschi di ritirarsi con le armi. Il professor Stefano non si scompone, lo guarda negli occhi e gli fa presente, con voce calma, che su tutte le vie di fuga dalla città troverà partigiani armati. Se vogliono possono provarci, gli dice, ma sarebbe un bagno di sangue. Il tedesco ha capito: non c’è più nulla da fare. Ci pensa qualche minuto, guarda fuori dalla finestra. Poi afferra la pistola, la estrae dal cinturone e la porge a Romanzi. Ha accettato i termini della resa, e quel gesto sancisce la sua promessa.

A Milano, nei locali dell’Arcivescovado il Cardinale Schuster è molto preoccupato. È convinto che la ribellione in atto in città porterà al potere i comunisti e vuole fare qualcosa per impedirlo. Sono circa le undici e mezza, piazza Duomo è deserta.

È l’una

È l’ora decisa dal Cln per lo sciopero generale e per l’inizio dell’insurrezione, che però è già cominciata. In quel momento, alla Innocenti di Lambrate, la 118^ Garibaldi prende possesso degli stabilimenti e arresta 15 repubblichini.

Nell’ambulanza che aveva portato fuori Genova Carmine Romanzi e le sue due lettere, il generale Meinhold viene scortato in città, dove un paio di ore dopo, alla presenza dei vertici del CLN genovese, firmerà la resa dei suoi: sarà il primo e unico atto di resa firmato durante la seconda guerra mondiale da un generale tedesco al cospetto di formazioni irregolari.

Sono le cinque del pomeriggio, In piazza Fontana, a Milano, è arrivato anche Benito Mussolini. Insieme a lui e al cardinale Schuster ci sono il generale Cadorna e i rappresentanti del Cln. A Mussolini viene intimata la resa incondizionata e gli viene annunciato che i tedeschi stanno già trattando. Lui prende tempo, dice di aver bisogno di un’ora, dopodichè tornerà a concludere le trattative. Schuster e gli altri sono d’accordo e lo lasciano andare. Scendendo le scale dell’Arcivescovado, Mussolini incrocia un uomo trafelato che sale di corsa, è Sandro Pertini, è armato, e non l’ha riconosciuto. Anni dopo, Pertini dichiarerà che, se lo avesse riconosciuto gli avrebbe sparato, senza indugi.

In Italia ormai sono le sette di sera ed è tutto molto concitato. Su Milano il cielo si annuvola e cade qualche goccia di pioggia. Mussolini non ha mantenuto la promessa e all’Arcivescovado non ci è tornato. Mentre a Genova il generale Meinhold sta per firmare la resa, Mussolini sta scappando verso nord, in direzione di Como, per poi cercare rifugio in Svizzera. Non ci arriverà mai.

A Torino non è ancora cominciato quasi niente, e alle 21 al comando delle forze partigiane arriva uno strano ordine americano: «non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando piazza». È l’ennesimo tentativo del colonnello John Melior Stevens, rappresentante degli Alleati, di non perdere il controllo sui partigiani comunisti. L’ordine viene ignorato.

Sono le dieci di sera, vicino a Busto Arsizio, in provincia di Varese, l’emittente radiofonica della Repubblica sociale italiana sta ancora trasmettendo, ma al posto del solito telegiornale va in onda un comunicato che inizia così: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani!». È un comunicato partigiano, è il primo annuncio pubblico della liberazione.

A Genova è piena notte, i tedeschi fuori città si sono arresi, ma c’è ancora un gruppo, capitanato dal capitano di vascello Max Berninghaus, che non riconosce la resa firmata dal generale Meinhold e lo dichiara colpevole di alto tradimento. Si arrenderanno poche ore dopo. A Milano ci si sveglia con il suono di copi di armi automatiche, alle prime luci dell’alba, un commando della Guardia di finanza conquista la prefettura. Un paio d’ore dopo, Riccardo Lombardi, azionista, diventa prefetto di Milano, mentre, Antonio Greppi socialista, diventa sindaco.

Nella sede del Corriere della Sera, in via Solferino, Dino Buzzati sta battendo i tasti della sua macchina da scrivere: «Mentre andiamo in macchina — scrive — i combattimenti continuano. Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell’Eiar, l’ufficio della Questura centrale e i commissariati di polizia». Poi mette un punto, tira fuori il foglio, rilegge e manda in tipografia.

Buzzati ha ragione, fuori si continua a sparare, truppe tedesche sono ancora trincerate nel collegio dei Martinitt di Lambrate, nella Casa dello studente di via Pascoli e nel palazzo dell’Aeronautica di piazza Novelli. Si arrenderanno solo all’arrivo delle colonne partigiane dell’Oltrepò Pavese, il 28 aprile. Quel pomeriggio a Genova circa seimila soldati tedeschi sfilano disarmati in via XX settembre, sotto i portici che costeggiano la strada, leggermente in salita, migliaia di genovesi assistono festanti a quella triste sfilata. In molti si rendono conto, per la prima volta, che maggio è vicino e che tra un po’ si andrà al mare.

giovedì 19 aprile 2018

25 Aprile 2018


73 anni di libertà grazie alla lotta partigiana di liberazione contro il fascismo.

OSSERVATORIO APRILE 2018



L’OSSERVATORIO.                

Con la crisi siriana e il non trascurabile rischio di una guerra alle porte di casa, si continua ancora nell’incertezza per la formazione del nuovo Governo, i cui protagonisti principali vorrebbero ancora dilazionarne i tempi, legando le rispettive prove di forza (Salvini verso Berlusconi, Di Maio verso Salvini) agli esiti delle Regionali del Molise e del Friuli del 22 e 29 prossimi. Ma la situazione in Medio Oriente ha indotto Mattarella a sottolineare, nei suoi colloqui, che resta centrale il problema della collocazione italiana nello scacchiere internazionale, in quanto sia Salvini, in modo più esplicito, sia Di Maio, ora in forma più ovattata, non hanno mancato mai fino a ieri di esprimere una certa inclinazione politica per Putin, pur se ora Giggino, che vuole sempre dare l’idea di essere “rassicurante”, si è espresso a favore della NATO, scatenando l’ira della consistente ala “filo-russa” del Movimento. Se si alleassero Salvini e Di Maio quale la prossima politica estera dell’Italia? Meraviglia al riguardo (permettetemi una battuta) come Casaleggio junior, vero e proprio padrone dei “5 Stelle”, non abbia ancora proposto un sondaggio on line tra gli iscritti alla piattaforma Rousseau per vagliare l’orientamento della base e quindi far decidere, con un “click”, la collocazione internazionale del futuro Esecutivo..; il vero problema però è che non sanno nemmeno loro cosa dire e fare, salvo generiche affermazioni e richiami alle vie diplomatiche. Salvini, sempre spiccio nei modi e nelle affermazioni, ha persin dichiarato che non si è sicuri dell’uso di armi chimiche in Siria; a parte questi “trascurabili” dettagli, la formazione del nuovo Governo è partita tutt’altro che risolta e il feeling tra Lega e “5 Stelle” è servito finora ad far occupare tutti i posti disponibili nelle due Camere, dalle Presidenze ai “questori”, escludendo il Pd, quasi a mettere in sicurezza un accordo che sembrava vicino. Perché ciò che a mio avviso ostacola veramente un accordo non è solo il “problema Berlusconi”, ed ora anche la posizione “pro Putin” di Salvini, ma il “personalismo” di Di Maio, per il quale il non sedersi a Palazzo Chigi equivarrebbe ad una sconfitta; del resto continua a ribadirlo: lui vuole diventare il presidente del Consiglio, in quanto, come ha detto chiaramente, è da oltre un anno che sta preparandosi per questo ruolo, quindi nessuno può impedirglielo (!). Mentre infatti Salvini ha già detto da tempo che potrebbe fare un passo indietro circa il Premierato, le stesse parole Di Maio non le ha mai pronunciate. Il richiamo ai voti ricevuti è sì argomento importante, ma non decisivo, perché in Italia, specie col proporzionale (sistema che i Cinquestelle in passato han sempre sostenuto!), pur esprimendosi il voto al partito (o alla coalizione), non “necessariamente” vuol dire che quel Segretario diventerà Capo di Governo; costituzionalmente non c’è nulla di scorretto in ciò! Sembra davvero di rivedere e risentire, oggi nel Movimento pentastellato, parole e atteggiamenti di Forza Italia nei “tempi d’oro”, quando tutti all’unisono lodavano Berlusconi come leader inarrivabile, l’unico in grado di parlare al Paese, anche per le Coppe e gli scudetti vinti a suo tempo dal Milan (!), che doveva governare perché “eletto dal popolo”, non dovendo quindi tollerare interferenze da altri organi dello Stato (Presidenza della Repubblica, Magistratura…) in quanto non legittimati dal popolo; la stessa cosa sta capitando al partito della “Casaleggio associati”, nel quale c’è una forte connotazione settaria per cui il Capo non si discute né può essere discusso da nessuno, avversari politici compresi. Tra l’altro, se non fosse Giggino ad occupare la poltrona di Primo Ministro non avrebbero altre figure spendibili, a parte Fico, inviso però allo stesso Di Maio (ammenocchè non ricorrano a Crimi, alla Taverna, a Toninelli…lascio al commento personale di ognuno..). Esiste a mio avviso però una ragione più profonda di questo atteggiamento dei “5 Stelle”: la concezione sacrale che loro hanno della “rete”, per cui il “nominato” on line diventa l’incarnazione (una sorta di “Inviato”) della volontà dei “cittadini” (che poi per Di Maio siano stati appena più di 400 voti questo poco importa) e se questo Capo non fosse immediatamente riconosciuto anche dagli altri quale Premier vuol dire che è la “Politica” (cioè la ricerca del compromesso più alto, la possibilità di confrontarsi e mediare..) ad essere sbagliata, una cosa dunque inaccettabile, in quanto l’esito (il mancato ruolo di Premier) non sarebbe quello previsto e “sacralmente sancito” dal voto della rete. Ciò introduce nel confronto politico un elemento di irriducibilità che complica ancor più una situazione già di per sé complessa, caratterizzata da due schieramenti “non vincitori” che si comportano (i Cinquestelle di più) come se avessero conseguito il 51%. Cosa proporrà ora il Presidente Mattarella non possiamo saperlo; potremmo aspettarci forse, invece di un mandato esplorativo, l’individuazione sollecita (i tempi stringono) di una figura “istituzionale” (non necessariamente i Presidenti delle Camere), condivisa il più possibile da Lega e Movimento, che sulla base di alcuni ma fondamentali “punti programmatici” comporrà, tenendo conto delle indicazioni dei partiti coinvolti, una squadra di Governo che dovrà durare almeno un anno...Vedremo..

La situazione del Pd.

Il contesto politico attuale non può prevedere un’immobilità, un arroccamento, un “vediamo come se la cavano” del nostro partito, anche se sembra che qualcosa stia muovendosi. Sì, è vero, il Pd non ha vinto, anzi ha perso e “di brutto”, ma ciò non toglie che un “Aventino politico” non è produttivo perché si dà l’idea di una compagine politica che nell’immobilità cerca di evitare l’implosione, cosa che potrebbe avvenire se optasse per una entrata in gioco più incisiva. Abbiamo già detto che la situazione interna è molto seria e non si sta dando peraltro una “bella immagine” con lo spostamento dell’Assemblea Nazionale e con le difficoltà che si vogliono opporre a Martina, attuale reggente, reo di aver ipotizzato aperture al dialogo con le altre forze politiche per la formazione del Governo. Continuo a ribadire che al momento il Pd non è in grado di esprimere un cambio di linea politica e quindi un candidato “nuovo”, necessari dopo la batosta elettorale; son troppi i risentimenti, i sospetti reciproci, i veti incrociati, ma soprattutto c’è l’assurdo di un Segretario dimissionario di fatto “non dimesso” che vuole gestire l’attuale fase politica per mantenere il controllo del partito, senza però un confronto interno, una riflessione autocritica circa le cause del tracollo elettorale…Nulla di nulla…Tale immobilità rischia di trasferirsi nei Circoli periferici, spesso “impossibilitati” o incapaci di prendere un’iniziativa, di stimolare un confronto interno produttivo, perché nell’attesa che si sblocchi la situazione da Roma. Sarebbe opportuno invece confrontarsi “in modo operativo” su come riallacciare i rapporti con quel mondo “di sinistra” che ha girato le spalle al Pd; questo si può e si dovrebbe fare, pur se il timore di alcuni è che in questa fase di stallo e di incertezza politica certe iniziative possano far saltare equilibri interni, scompaginare maggioranze e tutto possa essere rimesso in discussione, riaprendo una nuova stagione. Io credo che proprio dai Circoli, con uno stimolo continuo verso la Dirigenza nazionale, debba partire la “riscossa”, ma a volte (o molto spesso) sembra che nulla si faccia o si muova solo per capire solo come riposizionarsi, per mantenere ruoli e posizioni. Torno a dire che è auspicabile che la fase congressuale (perché un congresso rifondativo andrà fatto, altrimenti finisce il Pd) sia accompagnata da proposte provenienti da gente “di area” nel campo dell’Economia, della Scuola, della Sanità, del mondo sindacale e delle rappresentanze, dal mondo del Volontariato, al fine di ridisegnare un profilo più nuovo ed incisivo (non che manchino all’interno del partito figure in grado di far questo, ma se ci si guarda con sospetto, se si studiano le mosse di Tizio o Caio per capire dove si collocherà non si realizzerà mai un confronto del genere, che potrà nascere solo dagli “esterni”). A tal fine, a sancire il tutto, un Segretario al fuori dagli attuali schemi e risentimenti e da veti incrociati, una figura “libera” con ampio mandato riformatore (ecco perché ho fatto il nome di Fabrizio Barca, ma potrebbero essercene altri, compreso Zingaretti che avrebbe però il problema di conciliare due ruoli importanti, in quanto Presidente della Regione Lazio). Anche a livello locale si può metter su un “think tank”, individuando persone che ancora sperano in un serio rinnovamento del partito ed iniziare pertanto un confronto sicuramente proficuo. Chi ci sta a far questo ora nel Pd astigiano? Le risposte sono attese.

Gianni Amendola

17/4/2018

lunedì 16 aprile 2018

DOCUMENTO RIASSUNTIVO DELLA DISCUSSIONE POLITICA SUL RISULTATO DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO 2018


Carissimi amici,
Con il seguente documento riteniamo, nel nostro piccolo, di dare un contributo alla discussione politica post – elettorale.
Cordiali saluti.
Il Coordinatore del Circolo di Asti
Mario Mortara
Circolo Pd Asti
Assemblea degli Iscritti di venerdì 16 marzo 2018
DOCUMENTO RIASSUNTIVO DELLA DISCUSSIONE POLITICA SUL RISULTATO DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO 2018 da estendere alle Direzioni Provinciali, Regionali e Nazionali.
Il risultato elettorale è stato molto negativo; una sconfitta inappellabile che apre inevitabilmente un percorso, di ripensamento, rifondazione e ripartenza del nostro partito.
In linea a quanto sta succedendo in tutto il mondo occidentale hanno prevalso le forze politiche con marcate tinte identitarie e con forte vocazione populista, che hanno cavalcato le paure degli italiani
proponendo ricette in gran parte non realizzabili. Fallisce anche il tentativo di proporre
un’alternativa “più a sinistra” del PD, che era alla base della scissione che si è verificata nel partito.
Se un partito come il nostro fondato su valori, ideali, principi universalmente riconosciuti, passa in
pochi anni dal 40% al 19%, dopo aver governato bene in un periodo di profonda crisi economica, è
perché è in atto un profondo stravolgimento della società, tanto da mettere in discussione le
consolidate ideologia di destra e sinistra sostituite con contrapposizioni, sovranisti/europeisti o
conservatori/riformatori. La maggioranza degli elettori ha visto nella Lega e nel M5S la via d’uscita
facile al soddisfacimento dei propri bisogni, attribuendo la responsabilità della crisi nazionale al Pd
e pertanto targandolo come un partito da rottamare e da sostituire con forze nuove. Sui candidati
delle forze politiche più votate si sono sentite tante affermazioni del tipo “sono giovani…puliti…
mettiamoli alla prova…tanto non abbiamo niente da perdere”.
Ciò non deve però indurci a NON fare una profonda riflessione sulla nostra proposta politica e per
questo abbiamo ritenuto giusto e democratico avviare un dibattito all’interno del nostro circolo e
trasmetterne i contenuti agli Organi del Partito.
La discussione in Assemblea è stata molto articolata e appassionata; sono emerse molte opinioni
sulle motivazioni della sconfitta che di seguito si riassumono:
- Dato il sistema elettorale era legittimo aspettarsi che i candidati del territorio conferissero un
valore aggiunto. Se questo in parte è vero per il nostro collegio dove il PD ha conseguito un
risultato migliore del dato nazionale ( ma non cosi determinate da consentire l’elezione di un
rappresentante del territorio) l’analisi del voto ci dice invece che hanno prevalso le logiche
Nazionali. Abbiamo fatto banchetti, incontri, diffuso capillarmente il nostro programma; i
nostri candidati all’uninominale erano persone stimate e molto conosciute per avere ben
operato nella loro esperienza politica; Angela Motta, che ringraziamo, si è spesa in decine di
incontri sul territorio proponendo ai cittadini un “patto” per portare le istanze del territorio al
governo Nazionale, eppure hanno prevalso candidati semi- sconosciuti.
- Il voto rileva una rivolta di consistenti masse di elettori contro i ‘vecchi’ partiti, colpevoli
( per quegli elettori) di non aver risolto problemi ormai annosi quali l’immigrazione, la
sicurezza, il lavoro, il futuro dei giovani, spesso costretti a emigrare. La polarizzazione del
voto (al nord Lega e al sud M5S) indicherebbe un diverso atteggiamento ‘geografico’
dell’elettorato, rivolto nel nord industrializzato a chiedere protezione dal mercato globale e
dai rischi derivanti dall’immigrazione incontrollata, e nel sud una vera e propria rivolta
contro le classi dominanti locali e nazionali di tutti i partiti, e la richiesta di assistenza
(salario di garanzia) indice di sfiducia nella capacità della politica di rispondere ai problemi
da tempo sul tappeto.
- Il Pd, in questa tornata elettorale, è stato vissuto come rappresentante dell’élite di potere,
dunque responsabile di un presente insoddisfacente che va superato.
- Il voto del 4 marzo rappresenta una ‘mozione di sfiducia’ nella politica tradizionale e al
contempo della ricerca di nuovi protagonisti.
- Una parte considerevole del corpo elettorale si orienta non leggendo i programmi, ma
vedendo TV e frequentando i social. Lega e M5S si sono dimostrati molto efficaci a
comunicare. Gran parte dell’informazione ha avuto un atteggiamento largamente
antigovernativo che ha influenzato, negativamente per il Pd, l’elettorato. Va detto però che
comunicare un progetto a medio/lungo termine e la visione per il paese che noi abbiamo
(unico partito ad averla) è ben più difficile che farlo con slogan semplicisti che parlano alla
“pancia” degli elettori.
- Per troppo tempo sono state sottovalutate le fake news ed è stato un errore non aver
approvato una legge di contrasto alle stesse. Non siamo riusciti a comunicare efficacemente
gli ottimi risultati ottenuti dai nostri governi in tema di lavoro e diritti.
- Le divisioni interne, le contrapposizioni tra correnti hanno rappresentato un fattore di
debolezza.
- Il radicamento nei centri storici e la perdita di elettori nelle periferie ci dicono che troppo
poco è stato fatto nei confronti dei ceti più deboli.
La totalità dei presenti ha indicato nell’opposizione l’unica scelta possibile per il PD e per un
periodo non breve, al fine di rielaborare strategia politica ed efficaci strumenti di presenza e
di azione nella società civile.
Abbiamo individuato fra le priorità assolute i problemi del lavoro, della povertà dei ceti più deboli,
così come riteniamo fondamentale cercare un rinnovato dialogo con la gente per ascoltarne
esigenze, bisogni, aspettative, preoccupazioni.
Non dobbiamo rinunciare ai nostri principi per inseguire i populisti, dobbiamo continuare a batterci
pei i diritti, contro ogni forma di delinquenza e di corruzione, per meritocrazia, contro i privilegi,
per sane politiche sulla crescita, perseverando nell’obiettivo di costruire una società, moderna e
giusta.
Dobbiamo batterci contro i populismi anche rimettendo al centro della vita pubblica i cittadini,
agevolandone la partecipazione nella costruzione delle riforme.
Per concludere tutti gli iscritti del Circolo Pd di Asti tutti hanno infine convenuto sulla necessità e
l’urgenza di avviare dalla base una riflessione autentica, libera, partecipata e ascoltata dai vertici del
partito, senza timore di esprimere posizioni anche diverse (ma nel merito e non fra ‘correnti’
cristallizzate), fra le quali fare poi sintesi in sede congressuale.
Si vuole insomma un congresso, quando questo si farà, fondato non sulla ‘conta’ ma su un dibattito
vero e aperto anche a personalità e “intelligenze” non iscritte ma organiche alla nostra area politica,
dal quale deve uscire una nuova idea di partito per il rilancio della sinistra e delle forze progressiste
in Italia.
Pertanto, l’Assemblea chiede al PD Provinciale di farsi carico della richiesta di un dibattito aperto e
franco a tutti i livelli, anche stimolando le altre federazioni provinciali del Piemonte e il PD
regionale.
Per parte sua, la Segreteria cittadina invierà il presente verbale agli Organi politici Nazionali e alle
strutture omologhe delle altre province piemontesi.
Il Circolo Cittadino di Asti
Asti, 5.4.2017

lunedì 9 aprile 2018

Lettera di Maurizio Martina al direttore de La Repubblica



Caro direttore,
nessuno a sinistra, nel campo democratico e progressista, può sottovalutare e liquidare la portata del cambiamento prodotto dai cittadini il 4 marzo. Penso che dobbiamo fare i conti fino in fondo con la cesura radicale che si è realizzata tra le culture fondative della nostra Repubblica e il Paese.

Siamo a un cambio di scenario anche in Italia e il destino del Partito Democratico è legato alla sua capacità di proporre un’analisi profonda e una reazione conseguente all’altezza del tempo che abbiamo davanti a noi. Ovunque nel mondo la destra ha cambiato pelle nella seconda stagione della globalizzazione.

La sinistra è rimasta ferma

Da ultra liberista è diventata paladina dell’ideologia della chiusura, dando così l’impressione di rispondere in particolare alle domande di protezione di larga parte dei cittadini più fragili. Al cambiamento del capitalismo globale ha fatto seguire una nuova proposta ideologica e politica. E la sinistra? È rimasta ferma.

Ha continuato ovunque a professare la società aperta faticando sempre di più a porsi il problema degli ultimi. Faticando a riconoscere le frontiere dei bisogni generati da cambiamenti che ovunque hanno fatto emergere paure e solitudini. Il presente imprigiona, il futuro spaventa.

E dentro questa perdita d’orizzonte si consuma la crisi di senso della sinistra. L’allargamento della forbice delle diseguaglianze, in Italia come in occidente, ha prodotto smottamenti che hanno messo in discussione interi territori e figure sociali di riferimento un tempo pilastri essenziali del Paese.

Una domanda di rinnovamento della politica

A ciò si aggiunga la fatica della responsabilità di governo anche quando si sono compiute importanti scelte di avanzamento dei diritti e riforme economiche e sociali necessarie. E limiti ed errori compiuti in primo luogo al Sud, dove i cittadini hanno prevalentemente votato “contro” di noi per esprimere una domanda radicale di rinnovamento della politica.

Penso che per ripartire serva una nuova prospettiva democratica in grado prima di tutto di rimettere al centro del nostro impegno l’urgenza di un valore antico ma quanto mai attuale: la giustizia. Ci sono battaglie da condurre e sono sfide di giustizia.

Che si tratti delle donne ancora sottopagate nei loro lavori e nella loro fatica di conciliazione coi tempi di vita, che si ascoltino le voci di tanti giovani del mezzogiorno senza prospettive e certezze, che si pensi a lavoratori e disoccupati a cui garantire concretamente protezione e reddito con strumenti realmente universalistici o che si affronti il futuro delle periferie urbane dove è più evidente il bisogno di costruire integrazione e sicurezza nella piena cittadinanza.

Organizzare una nuova risposta ai bisogni di protezione dei cittadini

Credo, come altri, che abbiamo bisogno di organizzare una nuova risposta ai bisogni di protezione dei cittadini. L’alternativa all’individualismo e alla chiusura torna ad essere la comunità. E dunque un nuovo contratto sociale capace di proteggere e promuovere.

In grado di riconoscere il “valore condiviso“, il mutualismo e i cittadini come protagonisti attivi e non solo come consumatori (anche delle istituzioni e della politica). Si tratta di realizzare un vero cambio di prospettiva prendendo certamente anche il buono che abbiamo seminato in questi anni c’è e va riconosciuto.

Rimettere al centro la giustizia sociale e il senso di comunità

Rimettere al centro la giustizia sociale, rispondere ai bisogni con una idea forte di comunità, dare forma a nuovi diritti ma anche a nuovi doveri e responsabilità.

Affrontare la questione ineludibile della sostenibilità integrale dello sviluppo a partire dalla sua svolta ecologica.

Sostenere il rinnovamento della democrazia rappresentativa

E riproporsi come il soggetto capace di sostenere con coraggio il rinnovamento della democrazia rappresentativa, la riforma delle sue istituzioni per garantirne un corretto funzionamento verso personefamiglie e imprese e nuove pratiche di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche.

Dunque, un’idea di società, più che un menù di promesse. Una prospettiva e una speranza possibile per il futuro, più che un semplice programma.

Europa: alternativa al populismo e ai ripiegamenti nazionalisti

Un impegno da collocare dentro una chiara scelta di campo europeista, perché proprio l’Europa dovrà essere lo spazio di cittadinanza fondamentale per questa svolta, pena la sua definitiva decadenza. Anche per questo le prossime elezioni europee 2019 saranno un banco di prova essenziale per l’alternativa progressista ai ripiegamenti nazionalisti e ai populismi autoritari.

Il Partito Democratico deve ritrovare la missione del cambiamento del Paese

Lavoro perché il Partito Democratico sia capace di offrire a tanti questa proposta d’impegno. Siamo nati come il partito del cambiamento del Paese; dobbiamo ritrovare le nostre ragioni ripartendo esattamente da questa missione.

Allargare il campo e superare vecchi e nuovi conflitti

Ed è giusto, anzi necessario, che questo sforzo attraversi il PD ma vada anche oltre. C’è da allargare il campo e da superare vecchi e nuovi conflitti. C’è da chiedere un passo avanti a tante energie pronte a dare una mano e figlie di esperienze forti in campo sociale, culturale, associativo.

“Il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai” mi ha detto un caro amico e compagno. Ha ragione. Ora il mare non è certo calmo ma proprio per questo vale la pena di navigare insieme. E solo insieme prendere la rotta giusta

venerdì 30 marzo 2018

OSSERVATORIO MARZO - 3


L’OSSERVATORIO di Gianni Amendola.            

Debbo dire, per quanto il contenuto possa anche essere apprezzato, di aver provato un certo fastidio nell’udire il neo Presidente della Camera Fico parlare, oltre che della sua rinuncia all’indennità di ruolo, del taglio dei vitalizi e dei privilegi dei parlamentari, come pure nel vedere le sue foto su un mezzo pubblico usato per recarsi a Montecitorio e nel leggere del suo rientro a Napoli, dopo la nomina, in treno, in II° classe. Fastidio perché innanzitutto certe cose si fanno in silenzio, non strombazzate, altrimenti sembrano voler dire ”guardate come siamo bravi, ora che siamo arrivati noi” quale spot elettorale per il Movimento, poi perché si continua in tal modo a diffondere l’idea che la politica sia fatta soprattutto da opportunisti, da gente che cambia casacca per vile interesse o che cerca di arricchirsi alle spalle del popolo, costretto invece a stringere la cinghia. Ora, è ben vero che, specie nell’ultimo ventennio, una buona parte di queste cose si siano ahinoi verificate, ma è altrettanto vero che la politica, vissuta come un “sacerdozio”, richiede adeguato riconoscimento (oltre che preparazione e competenze, per cui occorre una selezione delle persone attenta, corretta e trasparente). Certo, si può rinunciare all’auto blu (non come Di Battista, nemmeno più onorevole, visto entrare in un “park” riservato della Camera e scenderne, cosa prontamente riferita dall’on. Crosetto di FdI, poi coperto di insulti sul web dai dimaini!), come pure ai biglietti scontati, se non gratuiti, per spettacoli, manifestazioni sportive e quant’altro, o di servirsi di mezzi di trasporto statali (auto, aerei…) per andarsene in vacanza con la famiglia, al di fuori quindi da impegni istituzionali; non avere tali privilegi è doveroso, ma è altrettanto giusto riconoscere che nella precedente Legislatura è stato fatto molto in termini di tagli nelle indennità dei Presidenti dei Due Rami e anche per i vitalizi e benefit… Si può pertanto già facilmente ironizzare ricordando, come il Sole 24 Ore, che l’on. Fico abbia usato i mezzi pubblici molto poco per i suoi spostamenti, nel quinquennio politico appena concluso, e che le sue spese per i taxi siano state cospicue e se in altri Paesi è frequente vedere politici sul tram o sui “bus”, magari (chissà) percependo ugualmente le loro indennità anche in Italia abbiamo visto Rutelli in motorino, Monti con trolley sull’Eurostar, la Boldrini a piedi verso Montecitorio…; ma si entrerebbe in una polemica che distoglierebbe dal senso vero dei gesti di Fico, vale a dire il piazzare (i Cinquestelle) le proprie “bandierine identitarie” per gratificare il popolo che ha votato, al fine di un imminente possibile nuovo dividendo elettorale, fra 1-2 anni, ipotesi tutt’altro che campata in aria. Perché quel che il Movimento non ha mai chiarito (e che forse non è in grado di chiarire) è che un conto sono gli “scalpi” dei politici (vitalizi, privilegi, immunità…), un conto è un “programma di Governo” che presuppone un’idea di Paese. Non basta dire di abolire la Fornero o di modificarla (certo), ma quale nuova organizzazione di lavoro si vuole (più privato, più statale, più cooperativo..)? E come allora affrontare il tema delle pensioni, in modo che non siano i giovani a “pagarle” agli anziani? E ancora: dove e come riconoscere incentivi a chi assume ed a chi lavora o quale sussidio salvaguardare (di inclusione o per l’entrata nel mondo lavorativo o “a pioggia” per tutti)? Quali investimenti industriali? Liberarci dell’acciaio o investire in produzioni “eco-compatibili”? E in un Paese come il nostro ricco di arte quale Scuola si vuole, quali programmi (non basta dire “eliminiamo la 107”, che ha peraltro ha creato una frattura tra i Docenti ed il Pd), come rinnovare le Università, rendendole competitive e più "attrattive" rispetto a quelle estere? Quale riforma fiscale (tema su cui i Cinquestelle, e non solo, hanno vistosamente latitato), dato che il debito pubblico che ci trasciniamo e per il quale paghiamo gli interessi deriva in buona parte dall’evasione? E come recuperarla? Anche retroattivamente, a partire dai più recenti condoni? O no, per non mettere in difficoltà “qualcuno”?….E’ facile dire aboliamo i privilegi degli onorevoli” per avere il plauso soddisfatto delle folle.. Ma il Paese?

mercoledì 28 marzo 2018

Resoconto della “maratona” sul Bilancio di Previsione 2018-2020 del Comune di Asti


Dopo un lungo ed attento lavoro di analisi della pratica di Bilancio, fatto in particolare da Luciano Sutera (Presidente della Commissione Bilancio), Maria Ferlisi e Giuseppe Dolce, con il fondamentale supporto di Fabrizio Brignolo, Alberto Ghigo, Marta Parodi e Piero Vercelli, abbiamo presentato 14 emendamenti che avevano come obiettivo principale quello di evitare gli aumenti delle tariffe di abbonamenti autobus e parcheggi, mense, biglietti del Palio; oltre che di ripristinare i capitoli vuoti da destinare alla manutenzione delle scuole e al rifacimento del marciapiede di Quarto.

Abbiamo fatto una conferenza stampa di presentazione degli emendamenti durante la campagna elettorale ed abbiamo continuato a volantinare ed informare la città su quanto stava succedendo.

I consigli comunali sono stati convocati per il 19, 20, 21, 22, 23, 26 e 27 marzo.

Io e Luciano abbiamo incontrato dirigente del settore e collegio dei revisori per avere un quadro più completo di quanto stava avvenendo.

Questo ci ha consentito di porre due pregiudiziali nella prima seduta di consiglio:

  • la prima sul non rispetto, da Regolamento comunale, dei 5 giorni necessari dall’approvazione della Delibera da parte della Giunta per la convocazione del consiglio comunale. Pregiudiziale che è stata bocciata dalla maggioranza.
  • la seconda consisteva nella domanda al Segretario generale, Dr. Formichella, rispetto alle affermazioni rilasciate ad organi di stampa in cui affermava che il Comune di Asti era in “pre-dissesto” e che la responsabilità era dell’amministrazione precedente che aveva lasciato “buchi di bilancio”.

Circostanza smentita in aula dall’interessato, in modo chiaro.

Nella prima seduta di bilancio la minoranza dopo aver posto tre pregiudiziali (oltre a quelle del PD, infatti, Angela Quaglia ha chiesto di attendere la relazione del consulente incaricato di fare le verifiche su Asp), tutte respinte, ha chiesto una sospensione del consiglio e di potersi riunire. Da questo incontro è emersa la volontà di dare mandato ai legali per verificare la sussistenza delle condizioni per un ricorso al Tar per il non rispetto del regolamento e di rientrare in aula richiedendo a Sindaco e Giunta di relazionare sul Bilancio.

Purtroppo dopo la lettura delle scarne paginette sulla “Relazione al Bilancio” scritte dall’Assessore Berzano, assente per malattia, nessun componente della Giunta è intervenuto e si è conclusa la seduta.

Nel secondo e terzo giorno ci sono stati gli interventi di minoranza. Per il nostro gruppo sono intervenuta io come capogruppo, con una relazione durata più di un’ora, in cui ho contestato nel merito ogni dichiarazione scritta da Berzano, anche grazie a quanto contenuto nel parere dei Revisori, poi a seguire i colleghi Sutera e Ferlisi.

Il quarto giorno ci sono stati gli interventi della Giunta e della maggioranza, a nostro parere molto deludenti e non significativi.

Il quinto giorno la discussione degli emendamenti e la relativa votazione. A questo proposito è stato accettato ed approvato il nostro emendamento che prevedeva lo stanziamento di 20 mila euro sulla disabilità (ad integrazione del progetto Vita Indipendente), invece l’emendamento di 280 mila euro per la manutenzione delle scuole e di 120 mila euro per il marciapiede di Quarto, è stato trasformato in OdG che impegna la Giunta a trovare le risorse disponibili per queste opere.

Il sesto giorno le dichiarazioni di voto e il voto negativo da parte delle minoranze sul Bilancio, preceduto da una conferenza stampa convocata prima del consiglio per informare gli organi di stampa assenti per tutte le sedute consiliari.

Ritengo che sia stato fatto nel complesso un buon lavoro, che ha dato visibilità al PD attraverso l’azione dei suoi consiglieri.

Ricordo che molti militanti si sono iscritti e partecipano alle commissioni consiliari permanenti e questo ci consente di avere un quadro attento sulle pratiche in discussione e che c’è un buon clima tra i gruppi di minoranza che regolarmente si coordinano e lavorano, pur mantenendo la propria identità, per essere più incisivi nel contrastare questa maggioranza ottusa, poco democratica e senza visione.

Angela Motta

domenica 25 marzo 2018

OSSERVATORIO POST ELEZIONI


L’OSSERVATORIO di Gianni Amendola.

A mente fredda, dopo la batosta elettorale subita, bisogna che il partito ritrovi la sua ragione d’esistere, prendendo coscienza che una stagione è finita e che è necessario aprirne un’altra. E questa “nuova stagione” non potrà prescindere da un lato da un cambio di strategia e di metodo politico, rivalutando il carattere plurale del Pd, con una leadership che sia sintesi riconosciuta da tutti e non più stile “uomo solo al comando”, dall’altro da una rimotivazione “culturale” che porti a ri-scoprire e a ri-assaporare i valori della sinistra (solidarietà, difesa e garanzie per i più deboli, integrazione, tutela del lavoro e dell’ambiente, equità fiscale, difesa dello Stato sociale, Scuola e Sanità come servizi pubblici essenziali …), non solo come enunciati e slogan accattivanti, ma quali proposte politiche e legislative tali da incidere profondamente nella “carne” del Paese. Un partito che torni a stare dove è più acuta la sofferenza ed il disagio sociale (periferie, fabbriche in chiusura…); le elezioni hanno dimostrato che si è perso proprio nei “luoghi” tipici della sinistra, con un voto andato al Sud in maggioranza ai “5 Stelle”, al Nord alla Lega di Salvini, i quali non hanno offerto vere soluzioni, al di là della propaganda, ma hanno cavalcato (e bene) lo scontento della gente, “portandolo” direttamente in Parlamento. Non è solo quindi per il reddito di cittadinanza che il Meridione italiano ha votato in massa per Di Maio e accoliti (o, come al di sopra di Firenze, per la “flat tax”), quanto perché stanco e deluso da una classe dirigente spesso autoreferenziale, autoperpetuantesi, a volte familistica, non in grado di risolvere i problemi, per la quale il Pd ha avuto tolleranza se non addirittura identificazione; la gente allora ha scelto chi esprimeva con le sue stesse parole il proprio malcontento, promettendo un radicale cambiamento (senza farsi troppe domande su coperture economiche o sull’Europa che controlla…) e senza badare “in loco” alla “credibilità” del candidato proposto, quanto al “brand” di chi lo proponeva. Ora, allo stato attuale, è difficile dire come evolverà la situazione politica; certo è che l’ipotesi di un governo con i “5 Stelle” potrà essere accettata solo a determinate condizioni, alcune della quali sono già state ipotizzate, vale a dire riconoscimento dello “ius soli”, accoglienza e piani di integrazione, coperture economiche garantite circa il reddito di cittadinanza, riforma elettorale seria, con ragionevole premio di maggioranza ed a doppio turno (visto che ci sono ormai 3 “poli), cui aggiungerei il rispetto delle norme sui partiti deliberate dal Parlamento, su cui il Movimento si era astenuto, in quanto loro sono un tutt’uno con un’azienda privata (la Casaleggio Associati), di cui sarebbe opportuno conoscere, per la trasparenza, quali fonti di finanziamento abbia, al di là dei 300 Euro che i parlamentari pentastellati debbono versarle mensilmente.. Su queste basi un’eventuale alleanza coi Cinquestelle potrà essere fruttuosa per il Paese e non disdicevole per il Pd ed avrebbe il merito di “stanare” Di Maio e company, visto che il diniego verso queste condizioni (che volendo potrebbero accettare, a parte l’ultima forse) ricadrebbe interamente su di loro. Ma per far ciò occorre un Pd motivato, che abbia già trovato una strada su cui ricominciare a correre, anche se per ora sembra il contrario: c’è risentimento, voglia di rivincita, tentazione (forse) di spaccare il partito portando una parte di esso a sostenere un governo di centrodestra o un “Aventino” ad oltranza, quasi che tutto il Pd dovesse pagare interamente il prezzo del tracollo elettorale; soprattutto voglia di impedire che si formi una robusta maggioranza interna che metta da parte quella finora vincente. Ecco perché nel precedente “Osservatorio” avanzavo per la Segreteria nazionale l’idea di una persona come Fabrizio Barca (ma ce ne sarebbero anche altri), una figura cioè fuori dalle attuali alchimie e dai reciproci risentimenti, che potrebbe mettere tutti (o quasi) d’accordo, a condizione che gli sia dia ampi poteri di indirizzo, per muoversi in un’ottica unitaria “non di facciata” e soprattutto sia proposto da un’ampia fetta di partito (e che lui acconsenta)… Zingaretti sarebbe eccellente scelta, ma il rischio è che il doppio incarico di Presidente della Regione Lazio e di leader di partito possa nuocergli politicamente. I “5 Stelle” accetteranno però di farsi condizionare, avendo vinto le elezioni? Il fatto è che Di Maio si comporta come se avesse il 51%, dimenticando che il sistema con cui si è votato è sostanzialmente proporzionale non maggioritario come il precedente, per cui chi vinceva “si prendeva tutto” (ammesso e non concesso che fosse giusta questa deriva da “spoil system”); anche i paletti posti circa l’impresentabilità dei possibili candidati del Centrodestra alle Presidenze delle Camere, Calderoli e Romani, sanno molto di “superiorità”, di chi si sente cioè non solo in grado per i voti ricevuti, ma depositario di un potere d’interdizione che altri non possono avere. Io resto ancora dell’opinione, dopo il risultato elettorale ampiamente previsto, anche se non così drammaticamente devastante per il Pd che ha regalato un buon 6-7% ai “dimaini”, che il Movimento pentastellato cerchi di portare all’incasso soprattutto la norma sui vitalizi, quale trofeo da sventolare in caso di elezioni anticipate (tra un anno, tra due…), convinti come sono che con questi numeri una legislatura non durerà 5 anni, a meno di stravolgimenti totali nel Centrodestra (con Salvini che rompe l’alleanza per andare al governo con Di Maio). Nel 2019 infatti si voterà per le Europee (e per le Regionali in Piemonte), le quali potrebbero ridisegnare lo scenario politico italiano e forse la loro idea nascosta è proprio quella di accorpare Politiche ed Europee. Giggino sà bene che governare un Paese difficile come l’Italia, con un Nord a trazione lepenista-leghista, di cui deve necessariamente tener conto, può essere impresa improba che potrebbe logorarlo, rischiando di appannarne l’immagine vincente, facendone emergere i limiti personali. Quindi, in questo quadro, quale il ruolo del Pd? Certamente si deve preparare un congresso che ridefinisca la linea politica; se nel frattempo però si attarderà a parlare solo di Segreteria, di riposizionamenti interni, di rivincite da prendere, di cosa farà Tizio e cosa farà Caio, si supererà il “punto di non ritorno” e ci vorranno forse vent’anni per risalire la china politica e recuperare un motivato consenso! Ecco perché torno a ripetere ed a caldeggiare, come detto nel precedente Osservatorio, la creazione di un “think tank” composto da personalità di “area” che affianchi la fase pre-congressuale, al fine di ridefinire un pensiero politico complessivo, come ricordavo all’inizio, che vada dalla lotta alle povertà al tema della rappresentanza, da una nuova economia all’ambiente, dal fisco al Welfare, dalla Scuola e Università alla Sanità, quali servizi pubblici (e come tali superarne la visione aziendalistica)…Poi certo si dovrà affrontare il tema del Segretario, ma chiunque lo sarà dovrà rappresentare e garantire tutto il partito, magari scelto con le Primarie che sono uno strumento da perfezionare, secondo me essenziale ed irrinunciabile. Ecco, se il partito s’impegnerà “nei fatti” a voltare davvero pagina allora sarà in grado di confrontarsi e di proporre, anche nel caso di una collaborazione governativa, una linea politica ben delineata a sinistra, marcando la differenza coi Cinquestelle i quali, pur di avere voti, si definiscono “post-ideologici” (così possono dire tutto ed il contrario di tutto). Ma di nuovo: ce la farà il Pd o staremo fra 3-4 mesi ancora a piangere, se non a litigare?

Gianni Amendola