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domenica 15 novembre 2020

OSSERVATORIO NOVEMBRE 2020

L’OSSERVATORIO (7/11/2020) Mentre scrivo arriva la notizia ufficiale della vittoria di Joe Biden alla Presidenza degli States, dopo l’esito dello scrutinio in Arizona, Pennsylvania e Georgia, avendo raggiunto la fatidica quota di 270 Grandi Elettori, superata poi nettamente; ma è evidente che gli USA sono spaccati a metà e che Trump, che non vuole accettare la sconfitta, asserragliandosi nella Casa Bianca dopo aver aizzato manifestazioni di piazza in varie città a difesa del “voto legale” (come se quello per posta, da sempre permesso ed utilizzato dagli elettori, tanto più ora in tempi di Covid, non lo sia) ed agitando lo spettro di brogli, sta giocando alla destabilizzazione. Sul voto americano bisognerà comunque fare qualche riflessione, in quanto non c’è stata l’ “onda blu” (negli USA gli stati ad appannaggio dei “democrat” sono indicati col blu, quelli dei repubblicani col rosso) prevista dai sondaggi ed il “trumpismo”, quella commistione cioè di nazionalismo economico fin quasi al protezionismo, suprematismo bianco, identitarismo, che ha portato alla costruzione di un muro lungo il confine col Messico, è tuttora vivo e vegeto, anche se temporaneamente sconfitto. Tutto ciò non porrà solo problemi a Biden, che avrà il compito di pacificare una nazione estesa come gli Stati Uniti, ma anche alle democrazie europee che, per quanto rinfrancate dal cambio di gestione politica d’oltreoceano per il conseguente ridimensionamento dei sovranisti, privati come sono della decisiva sponda di Trump, si troveranno però ad affrontarne la rivalsa perchè i vari Salvini, Orban, Kaczynski tenteranno ormai il tutto per tutto per rialzare la testa. Non è un caso al riguardo che il succitato leader leghista sia stato l’unico in Italia a sposare la linea dei brogli elettorali, durante lo spoglio delle schede ancora in corso! E’ che nella logica di certa destra il “machismo” in politica (l’uomo tutto d’un pezzo che sa parlare alla pancia del Paese e che pensa di piacere alle donne) non può tollerare la sconfitta; il capo può essere ferito, ma non può morire (politicamente s’intende). Certo, nel caso di Trump pare entrino anche altre motivazioni (debiti consistenti, se ho ben compreso, verso lo Stato) che per essere silenziate ed emendate hanno bisogno del controllo diretto del Potere, ma che possono giustificare da par suo questi comportamenti così divisivi, come pure qualche esponente repubblicano comincia timidamente a dirgli. Sembra di ritrovarsi per certi versi davanti ad un film già visto in Italia: un imprenditore miliardario indebitato scende nell’agone della politica dopo aver perso i suoi referenti politici (Dc e Psi), diventa capo del governo e quando si accorge che il proprio consenso, creato anche con la potenza di fuoco di un impero televisivo, sta rischiando di venir meno (come nel 2005-06) cambia in corsa le regole del gioco alla soglia delle elezioni politiche (donde il Porcellum), senza coinvolgimento dell’opposizione, al solo scopo di non consentire la piena vittoria degli avversari. E quando questi son riusciti lo stesso a vincere per un soffio, ecco il richiamo a brogli elettorali! Senza fare del semplicismo di comodo è evidente però che soprattutto dalla destra c’è l’emergere di determinati personaggi, i quali fanno dell’adorazione della propria persona un puntello politico fondamentale. Vien da sé, come dicevo, che la sconfitta per costoro non è ammissibile, perché un capo idolatrato dalle folle non solo si ritiene per questo “legibus solutus”, comunque insofferente a leggi e norme, ma se perde è a causa di brogli elettorali o di un complotto internazionale (un mantra questo ripetuto per anni dal centrodestra per giustificare la crisi del governo Berlusconi nel 2011, che stava portando l’Italia sull’orlo dell’abisso economico). -------------------------------------------------------------------------------------- In Italia il salvinismo, come scrissi in precedenti Osservatori, rappresenta la “fase suprema del berlusconismo”, perfettamente in linea con la politica di Trump; la richiesta di pieni poteri fatta dalla spiaggia dell’ormai famoso Papeete non era altro che questo: la trasformazione di una democrazia parlamentare, dunque rappresentativa, in una da uomo solo al comando (una “democratura”, molto difficile peraltro negli States, anche in quanto confederazione di Stati), o se non altro in una democrazia “oligarchica”, nella quale il capo ed i suoi fedelissimi decidono, dando poi modo ai mezzi di informazione, ovviamente tutti controllati o quasi, di fornire notizie ben edulcorate alle folle plaudenti. Il primo passaggio (o assaggio) di ciò sarebbe stata la prossima elezione del Presidente della Repubblica, con la nomina di un probabile “portavoce” del Capitano (questo il disegno). Non so se uno scenario del genere si sarebbe davvero potuto verificare (o potrebbe mai verificarsi) in Italia; il governo Conte bis è nato anche per impedire una simile eventualità. La sconfitta di Trump sia chiaro non basta a raffreddare i propositi sovranisti, tant’è che ogni appuntamento elettorale (e nella primavera 2021 ci saranno le elezioni per i sindaci di Roma, Milano, Napoli, Torino…), attraverso toni sempre molto accesi favoriti anche da talk show televisivi sempre più a ruota libera, diventerà motivo per dare una spallata al premier. In questo contesto però la sinistra, ed in particolare il Pd, deve tornare a parlare con la gente; non vuol essere la solita frase teorica tante volte pronunciata, ma rimasta spesso lettera morta. Ovvio che non si sta chiedendo al partito di usare il linguaggio di Trump (e di Salvini), quanto invece di saper cogliere gli umori “dai territori” (o periferie se si vuole) ed offrire un proposta che miri alla saldatura tra i disagi di tanti, aggravati dalla pandemia, e la prospettiva di un’economia non solo “ verde” (l’ambiente è un’altra emergenza), ma anche equa che porti cioè ad una vera redistribuzione della ricchezza e che consenta il rilancio della scuola e dell’università, vale a dire la formazione e la valorizzazione delle capacità di ognuno. Perché non restino parole è necessario tornare davanti alle fabbriche, specie se in crisi, ed alle scuole, non per fare gli agitatori ma per presentare idee, fattive solidarietà, capacità di ascolto, apertura concreta al mondo giovanile. Fare poi dei nostri circoli luoghi e momenti di incontro anche per non iscritti, organizzando incontri su temi politici e sociali (ripenso ad esempio a quelli sul tema della Costituzione su iniziativa dell’allora Comitato dei Garanti cui il sottoscritto faceva parte insieme con Francesco Porcellana e all’ex senatore Giovanni Saracco), creando magari gruppi di studio allargati…Il Pd in generale deve diventare sempre più il riferimento di chi rischia di venire emarginato o travolto dalla crisi economica creata dalla pandemia; ma anche, a pandemia finita, dalle distorsioni di un sistema produttivo dominato dalla globalizzazione e di un welfare che sta andando in sofferenza. Per quanto riguarda i nostri principali alleati di governo (i Cinquestelle) stavolta non spenderò troppe parole. Vivono un periodo di grande incertezza che probabilmente li porterà a scindersi. Ma il loro grande problema sta nella struttura verticistica ed assoluta che si son dati. Il gruppo europeo dei Verdi, cui i Pentastellati stan guardando con interesse per farne parte, hanno già posto infatti la questione Casaleggio e della sua piattaforma Rousseau che pone seri problemi circa la democrazia interna; ma rompere con il figlio del fondatore vuol dire disgregare il Movimento che diventerà così tutt’altra cosa. Se i grillini avranno la capacità di riflettere seriamente sul perché del loro continuo crollo di consensi (cosa per ora improponibile per loro) e se esamineranno seriamente che senso ha nel Movimento il concetto di trasparenza, non solo riguardo la gestione dei dati personali degli iscritti, ma le scelte concrete della politica, molto spesso ondivaghe (come ora sui “confini del mare”) e cambiate in corsa, allora è possibile per loro arrivare ad una sorta di “catarsi” diventando una forza spendibile all’interno di una precisa scelta di campo, altrimenti (come temo) faranno di tutto per non rompere dietro una unanimità di facciata; proprio come quei partiti cui pure dicono di non voler mai somigliare. Gianni Amendola

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