lunedì 8 ottobre 2018

OSSERVATORIO OTTOBRE 2018

L'OSSERVATORIO. Senza pretesa alcuna di sentirmi “essenziale”, ma solo per rispondere positivamente all'invito di diversi amici e compagni a proseguire l'invio dell'Osservatorio, che vi spedisco questo nuovo scritto, che spero vogliate gradire (anche se non vi trovaste d'accordo). Il Governo e l'Europa. Era evidente, come le dichiarazioni di questi giorni hanno confermato, che la vera posta in gioco dell'attuale maggioranza giallo-verde attraverso il Dpef fosse l'UE e i suoi vincoli. Matteo e Giggino sapevano benissimo che l'Europa avrebbe contestato l'ipotesi di manovra economica del governo con il suo 2.4% nel rapporto deficit/Pil, ma fedeli ad un clichè che li vuole decisi, imperterriti, come persone che non guardano in faccia a nessuno, a beneficio delle rispettive claque sui social, sembran decisi ad andare avanti, senza dare convincenti risposte alla ovvia considerazione che il conseguente aumento dello “spread” andrà ad incidere non poco sul risparmio degli Italiani. Ma come il “grande” statista Di Maio ha detto: “noi (i pentastellati) tra lo spread ed i cittadini scegliamo questi ultimi”, quasi ad ammettere che l'azione della maggioranza tende più a mantenere e gestire il consenso elettorale dei rispettivi contraenti il patto che non al Paese nella sua interezza. E c'è un'altra considerazione da fare, a mio avviso: il Movimento sta mettendo in gioco se non la propria sopravvivenza politica, certamente la sua attuale gerarchia e composizione. In altri termini, se Salvini, come detto, può interrompere l'attuale esperienza governativa, senza “grossi danni politici” anche andando anticipatamente al voto (in caso di retrocessione rispetto alle attuali percentuali accreditategli, la sua Lega avrebbe comunque un notevole incremento rispetto al 4 marzo e soprattutto sarebbe il partito più consistente in ambito centro-destra), Di Maio no, tanto più se alle prossime Europee (e parziali Regionali) il Movimento dovesse calare al di sotto del 30%, perchè per lui sarebbe la fine del suo ruolo di capo (cosa che certamente lo rende particolarmente nervoso, ammettendo nelle difficoltà “i miei non li reggo più”); del resto l'elettorato pentastellato è assai variegato e questa accondiscendenza dei Cinquestelle verso Salvini può rimanere un malumore sottotraccia finchè il Movimento sembra portare a casa il suo programma, ma quando dovesse mancare un riscontro elettorale positivo sarà inevitabile che tale malcontento represso diventi esplicito. Che significato infatti può avere quest'insistenza sul rapporto deficit/pil al 2.4% se non mostrare i muscoli e far vedere che l'aria è cambiata, motivo per cui una eventuale e “ragionevole” riduzione da quella quota significherebbe “perdere la faccia”? Ma poi, solo per fare qualche rapida considerazione, che senso ha parlare di reddito di cittadinanza in chiave “etica”? Chi stabilisce quali acquisti (coi soldi del reddito) sarebbero morali e quali no? Il Governo? E sulla base di quali parametri? Ed ancora: come mai non c'è stata finora una vera proposta per combattere l'evasione fiscale che in Italia è davvero eccessiva? Solo perchè Giggino governa con la Lega notoriamente allergica a controlli fiscali (accettandone però l'idea di “pace fiscale”, che non è altro che un vero e proprio condono) o perchè sà che su un tale argomento (come per l'immigrazione) rischia di perdere voti? E per qual motivo, dato che volendo si possono conoscere i tanti evasori condonati, i Cinquestelle non fanno la proposta “retroattiva” (o la retroattività vale solo per i vitalizi?) fino a 15-20 anni, di un serio, “etico” (stavolta sì) patto con costoro, concordando in pochi anni la restituzione di quanto hanno consapevolmente sottratto allo Stato (e quindi ai cittadini)? Per non coinvolgere Beppe Grillo, condonato nel 2005? E come si conciliano dunque gli anni di carcere proposti per chi dovesse usufruire del reddito di cittadinanza, violandone furbescamente però le norme e le condizioni stabilite, con questa sostanziale benevolenza verso gli evasori? Il caso Verona. Io spero che il caso della capogruppo dem al consiglio comunale della città veneta, Carla Padovani, venga affrontato con lucidità e con una certa elasticità mentale. Il Pd è un partito plurale, vi sono dentro molti cattolici convinti e un tema come l'aborto non può non rientrare tra quelli che investono in profondità la coscienza personale di ognuno. Detto ciò, è ovvio che la posizione espressa dalla maggioranza del consiglio comunale veronese è soprattutto strumentale; definire Verona “città aperta alla vita” vuol per caso dire che altre città in Italia sono “aperte alla morte”? Come non vedere che un tale pronunciamento viene a cadere proprio con un governo nazionale “omogeneo” alla maggioranza politica della città (da tempo) e che ha un ministro per la Famiglia ed un sottosegretario (Pillon) il cui Ddl recentemente presentato vuole rivedere l'attuale prassi delle separazioni, ad oggi “più favorevole” alla donna, notoriamente la parte economicamente più debole della coppia, con il ricorso tra l'alto all'istituto della mediazione (e Pillon pare abbia uno studio di mediazione...)? Ma al netto di ciò, chi sente una profonda, legittima contrarietà all'aborto può a volte anteporre comunque il proprio convincimento ad altre valutazioni politiche immediate. Certo, il partito ha al riguardo una posizione, in riferimento soprattutto alla necessità dei consultori e del loro funzionamento, di sostegno alla “194”; io direi, umilmente, che previo ovvio e doveroso confronto con la base veronese del Pd la Padovani decida se dimettersi dall'incarico (se richiestole in maniera pressante) o meno (se la base si mostrasse “comprensiva”), ma per favore nessuno ne auspichi l'espulsione, perchè chi ha certe sensibilità ha tutto il diritto di militare in un partito che come detto è (deve essere) plurale, tollerante, la cui adesione avviene sulla base di una visione politica generale, non su temi particolari di coscienza, che peraltro vanno al di là “del politico”. O no? Gianni Amendola

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